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«Cielo sereno su Berlino per gli Europei di Filippo»

di Andrea Sini
«Cielo sereno su Berlino per gli Europei di Filippo»

Parla Salvino Tortu, padre e allenatore del fenomeno azzurro della velocità. Dopo il 9”99 di Madrid, da lunedì andrà all’inseguimento di un’altra impresa

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SASSARI. Il puledro di razza sfreccia nel vento, leggero sulla pista, leggerissimo fuori. Le briglie sono tenute saldamente ma vengono lasciate lunghe, perché il purosangue sa benissimo dove andare. Nel ritiro romano di Castel Porziano, quartier generale degli atleti delle Fiamme Gialle, Filippo Tortu si prepara per l’appuntamento più importante di una carriera appena sbocciata. Lunedì il velocista sardo-brianzolo, vent’anni appena compiuti, sarà in pista all’Olympiastadion di Berlino agli Europei di atletica leggera. Salvino Tortu, padre e allenatore del nuovo fenomeno dello sport italiano, ammette che sì, con il 9”99 realizzato a Madrid qualcosa è cambiato, ma l’approccio che Filippo avrà a Berlino sarà quello di sempre.

Mister Tortu, che colore avrà il cielo sopra l’Olympiastadion?
«Lo scopriremo presto, siamo molto curiosi. Anche perché sia io che Filippo siamo grandi appassionati di stadi».

In che senso?
«Ci piace starci dentro, ci piace il tifo».

Sta parlando di calcio o di atletica?
«Entrambe le cose, anche se tra noi parliamo sicuramente più di calcio che di atletica».

Anche ora che siete alla vigilia di una gara così importante? Non avvertite un po’ la pressione?
«Stamattina quando sono arrivato al campo di allenamento l’argomento del giorno erano Higuain, Bonucci e Caldara, e per un’ora non ne siamo usciti. A ogni pausa, o durante lo stretching, non si parlava altro che di calcio. Tra l’altro Filippo conosce bene Caldara, perché sono colleghi di università alla Luiss. Ieri in caserma hanno fatto anche una grigliata. Insomma, potete immaginare quale sia il livello di pressione…».

Ma questa è leggerezza o incoscienza?
«Questo è semplicemente il carattere di Filippo. È un ragazzo sereno e tranquillo che non sente la pressione prima delle gare, per un motivo semplicissimo: lui si diverte come un matto. Non è incoscienza, anzi. Provo a spiegarmi: lui vive da protagonista le cose che gli piacciono. Dicevo prima della passione per gli stadi. La differenza che tutti noi ci entriamo dalla tribuna, lui dagli spogliatoi e dal tunnel, quindi pensate il piacere che prova a calcare una pista in uno stadio pieno. Il divertimento più grande della sua vita è correre e quindi non può esserci tensione o pressione eccessiva in una cosa che ti fa divertire».

Ora però il gioco si fa duro, perché ora per lui l’atletica è diventata un lavoro e la prossima settimana ci sono in ballo cose pesanti. Anche per l’Italia.
«Qual è la cosa migliore che può capitare a un uomo? Fare del proprio divertimento una professione. Filippo dice sempre: devo solo ringraziare per la fortuna che ho, perché quelli che prima vedevo in televisione ora me li ritrovo spalla a spalla sui blocchi. Cosa c’è di più bello?».

È questa la vera forza di suo figlio?
«Questa è certamente una dote importante. Ma c’è un’altra cosa. Proprio ieri ho passato la giornata con Fabrizio Donato, il grande triplista, uno dei professionisti più seri che io abbia mai incontrato. Ecco, ragionavo persino con lui del fatto che io non ho mai conosciuto un professionista serio e metodico come Filippo. E lo dico da allenatore, non da genitore. Lo vedi da mille particolari: non sbaglia un colpo, durante la giornata. La gara la prepari quotidianamente e nell’arco delle 24 ore, non solo durante le due ore di allenamento. Lui è professionista vero nell’arco delle 24 ore delle sue giornate».

Sembra quasi che il 9”99 di Madrid sia stato una passeggiata.
«No, tutt’altro. Dopo quella gara abbiamo dovuto addirittura modificare il calendario degli impegni, rinunciando a qualche meeting importante come quello di Montecarlo. Il 9”99 ha pesato tanto a livello mentale, avere raggiunto un risultato così importante ad appena 20 anni è qualcosa di straordinario. È successo quello che non era facile prevedere e di conseguenza c’è stata una ricaduta a livello nervoso. Me ne sono accorto perché la gamba non andava più, neanche in discesa. Per cui per una settimana l’ho fatto fermare completamente, abbiamo staccato un attimo e poi ci siamo rimessi a lavorare. Abbiamo rimodulato e cambiato tutto, ricaricando le batterie e il motore. Sono convinto che fosse la scelta giusta».

E dunque ora cosa andate a cercare a Berlino? Il tempo, la medaglia, qualche scalpo importante?
«Quello che Filippo cerca e che cerchiamo insieme è sempre il tempo, perché in ogni caso il piazzamento è la conseguenza del tempo. Se lui fa un centesimo in meno del suo personale, allora vuol dire che abbiamo lavorato bene. Se poi questo porterà a un buon piazzamento, o addirittura a una medaglia, saremo stati bravi e fortunati. Ma una volta che uno riesce a realizzare il proprio massimo, non ci possono essere rimpianti. Poi sulla base di quello, si farà la conta di quanti sono arrivati davanti e quanti dietro».

La staffetta ha qualche chance di medaglia?
«L’Inghilterra è fuori classifica, ce la giocheremo con l’Olanda che ha fatto 38”21 di recente, con la Turchia, la Francia e la Germania. Vedremo come stanno gli altri. Ho visto i cambi in allenamento e sono venuti bene. La staffetta è una gara strana, ma dietro l’Inghilterra può davvero succedere qualsiasi cosa».

Come nei 100, per altro...

@andreasini78. @RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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