Esposito: «Un gruppo che mi somiglia, Sassari è già un vestito che mi calza a pennello»
di Andrea Sini
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Coach Esposito con PolonaraCoach "El Diablo" presenta la sua Dinamo che inizia oggi la sua avventura nella nuova stagione
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Dategli una squadra, un campo e qualche pallone e lo farete felice. Dategli un gruppo di ragazzi validi e lo farà diventare un’armata. Enzo Esposito da giocatore era El Diablo; oggi, a 49 anni, è un coach in carriera che vive giorno dopo giorno spinto dalla stessa molla che lo ha portato ai massimi livelli quando indossava canotta e pantaloncini: la passione per il basket.
Coach Esposito, la nuova Dinamo sembra già somigliare al Diablo.
«Per il momento è tutto molto positivo, dall’inserimento mio e dei ragazzi, al tipo di gestione e organizzazione. Anche i risultati del precampionato, per quello che possono servire, ci hanno dato indicazioni positive sul tipo di gruppo e sulla metodologia di lavoro. Peccato solo per il contrattempo capitato a Smith. Però, escludendo il suo caso, anche il fatto di essere arrivati a completare il precampionato senza nessun intoppo particolare conferma il fatto che abbiamo lavorato bene a 360 gradi».
Sin dall’inizio del ritiro ha parlato, più che degli aspetti tecnico-tattici, dell’atteggiamento positivo da parte dei giocatori e della grande disponibilità.
«Quando hai un allenatore nuovo, uno staff nuovo e un roster fatto per oltre metà da elementi appena arrivati, gli obiettivi a livello tecnico a volte possono arrivare subito ma altre volte c’è bisogno di molto tempo. Possono servire settimane, se non addirittura dei mesi. Per questo ciò su cui mi sono basato di più è stato il tipo di atteggiamento e di mentalità della squadra, che sin da subito è stato quello che desideravo: lo spirito è quello di una squadra che non molla mai, che lotta su tutti i palloni, che anche quando va sotto nel punteggio o subisce un break continua a giocare e prova a proporre la sua pallacanestro».
Però sta venendo fuori un basket niente male...
«Dal punto di vista tecnico tante cose le abbiamo già acquisite e stanno venendo bene, ma questo resta l’aspetto che mi preoccupa meno: quando il gruppo ha già una certa mentalità, con il tempo e con il lavoro si arriva a migliorare da tutti i punti di vista».
La Dinamo, da un certo punto di vista, è ancora tutta da scoprire, ma dopo un mese e mezzo di lavoro quanto somiglia al gruppo “pensato” tra giugno e luglio?
«Quando si fa il mercato ci si muove tenendo presente la base formata dai giocatori già sotto contratto, e gli accordi vanno ovviamente fatti sulla base della disponibilità economica. Io di solito cerco di costruire la squadra attorno al materiale già presente. Ho alle spalle le esperienze di Caserta e Pistoia, in cui in un certo senso ci si doveva accontentare, quindi devo dire di avere trovato già una base di buon livello, oltre a una disponibilità economica sicuramente superiore alle piazze nelle quali ho lavorato sinora. Insomma, siamo riusciti a prendere i giocatori che corrispondono all’idea tecnica che ho e al tipo di basket che vorrei proporre. È ovvio che si può pescare un po’ meglio o un po’ peggio, ma in generale sono molto soddisfatto del mercato e dei ragazzi che ho a disposizione, appunto in funzione del gioco che voglio fare».
Lei arriva dall’esperienza di Pistoia. Questo può essere l’anno della sua consacrazione definitiva come allenatore di alto livello.
«Come dico sempre, ho la fortuna di poter vivere per la pallacanestro e non di dover vivere di pallacanestro. Questo forse è un piccolo vantaggio, che mi consente di andare in campo e pensare esclusivamente a fare del mio meglio. Vivo, se non alla giornata, all’annata, e mi godo la stagione così com’è senza farmi troppe domande sul futuro. Cerco di rendere l’anno il più vincente possibile e poi a bocce ferme inizio a pensare al domani. Non sono uno che deve fare a tutti i costi l’allenatore di basket per i prossimi trent’anni. Oggi sono l’allenatore della Dinamo, mi diverto e cerco di ottenere il massimo con questi ragazzi, per me e per la società».
Lei è arrivato portandosi dietro la fama di allenatore “mastino”, che cura i dettagli e che sta col fiato sul collo dei giocatori. A vedere gli allenamenti sembra proprio che sia così, ma il carisma che esercita nei confronti dei giocatori è fortissimo.
«Credo molto nel lavoro e nell’intensità del lavoro. A volte, quando serve, bisogna essere anche duri, perché se c’è un rispetto reciproco sia io che i giocatori sappiamo che ciò che succede in campo durante un allenamento è qualcosa che serve per il bene reciproco. Con il rispetto e la dedizione al lavoro i risultati arrivano, io sono cresciuto con questa mentalità e ne sono assolutamente convinto. Ai giocatori cerco di trasmettere questo modo di vedere il basket.
Come è stato l’impatto con Sassari?
«Io sono una persona da “provincia”, non sono da allenatore ma già quando giocavo. Magari un giorno finirò in una metropoli, e vedremo come andrà, ma in questo momento il vestito Sassari mi calza davvero bene».
Coach Esposito, la nuova Dinamo sembra già somigliare al Diablo.
«Per il momento è tutto molto positivo, dall’inserimento mio e dei ragazzi, al tipo di gestione e organizzazione. Anche i risultati del precampionato, per quello che possono servire, ci hanno dato indicazioni positive sul tipo di gruppo e sulla metodologia di lavoro. Peccato solo per il contrattempo capitato a Smith. Però, escludendo il suo caso, anche il fatto di essere arrivati a completare il precampionato senza nessun intoppo particolare conferma il fatto che abbiamo lavorato bene a 360 gradi».
Sin dall’inizio del ritiro ha parlato, più che degli aspetti tecnico-tattici, dell’atteggiamento positivo da parte dei giocatori e della grande disponibilità.
«Quando hai un allenatore nuovo, uno staff nuovo e un roster fatto per oltre metà da elementi appena arrivati, gli obiettivi a livello tecnico a volte possono arrivare subito ma altre volte c’è bisogno di molto tempo. Possono servire settimane, se non addirittura dei mesi. Per questo ciò su cui mi sono basato di più è stato il tipo di atteggiamento e di mentalità della squadra, che sin da subito è stato quello che desideravo: lo spirito è quello di una squadra che non molla mai, che lotta su tutti i palloni, che anche quando va sotto nel punteggio o subisce un break continua a giocare e prova a proporre la sua pallacanestro».
Però sta venendo fuori un basket niente male...
«Dal punto di vista tecnico tante cose le abbiamo già acquisite e stanno venendo bene, ma questo resta l’aspetto che mi preoccupa meno: quando il gruppo ha già una certa mentalità, con il tempo e con il lavoro si arriva a migliorare da tutti i punti di vista».
La Dinamo, da un certo punto di vista, è ancora tutta da scoprire, ma dopo un mese e mezzo di lavoro quanto somiglia al gruppo “pensato” tra giugno e luglio?
«Quando si fa il mercato ci si muove tenendo presente la base formata dai giocatori già sotto contratto, e gli accordi vanno ovviamente fatti sulla base della disponibilità economica. Io di solito cerco di costruire la squadra attorno al materiale già presente. Ho alle spalle le esperienze di Caserta e Pistoia, in cui in un certo senso ci si doveva accontentare, quindi devo dire di avere trovato già una base di buon livello, oltre a una disponibilità economica sicuramente superiore alle piazze nelle quali ho lavorato sinora. Insomma, siamo riusciti a prendere i giocatori che corrispondono all’idea tecnica che ho e al tipo di basket che vorrei proporre. È ovvio che si può pescare un po’ meglio o un po’ peggio, ma in generale sono molto soddisfatto del mercato e dei ragazzi che ho a disposizione, appunto in funzione del gioco che voglio fare».
Lei arriva dall’esperienza di Pistoia. Questo può essere l’anno della sua consacrazione definitiva come allenatore di alto livello.
«Come dico sempre, ho la fortuna di poter vivere per la pallacanestro e non di dover vivere di pallacanestro. Questo forse è un piccolo vantaggio, che mi consente di andare in campo e pensare esclusivamente a fare del mio meglio. Vivo, se non alla giornata, all’annata, e mi godo la stagione così com’è senza farmi troppe domande sul futuro. Cerco di rendere l’anno il più vincente possibile e poi a bocce ferme inizio a pensare al domani. Non sono uno che deve fare a tutti i costi l’allenatore di basket per i prossimi trent’anni. Oggi sono l’allenatore della Dinamo, mi diverto e cerco di ottenere il massimo con questi ragazzi, per me e per la società».
Lei è arrivato portandosi dietro la fama di allenatore “mastino”, che cura i dettagli e che sta col fiato sul collo dei giocatori. A vedere gli allenamenti sembra proprio che sia così, ma il carisma che esercita nei confronti dei giocatori è fortissimo.
«Credo molto nel lavoro e nell’intensità del lavoro. A volte, quando serve, bisogna essere anche duri, perché se c’è un rispetto reciproco sia io che i giocatori sappiamo che ciò che succede in campo durante un allenamento è qualcosa che serve per il bene reciproco. Con il rispetto e la dedizione al lavoro i risultati arrivano, io sono cresciuto con questa mentalità e ne sono assolutamente convinto. Ai giocatori cerco di trasmettere questo modo di vedere il basket.
Come è stato l’impatto con Sassari?
«Io sono una persona da “provincia”, non sono da allenatore ma già quando giocavo. Magari un giorno finirò in una metropoli, e vedremo come andrà, ma in questo momento il vestito Sassari mi calza davvero bene».
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