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No ai genitori ultras Una carta dei doveri sul fair play sportivo

di Fabio Fresu
No ai genitori ultras Una carta dei doveri sul fair play sportivo

L’iniziativa del Panathlon presentata ieri a Sassari Tra i principi enunciati, evitare le pressioni sui bambini

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SASSARI. Aiutare i genitori a vivere lo sport praticato dai loro figli in modo tranquillo e sereno, rendendo l’agonismo un oggetto interessante e piacevole, ricordando che si tratta sempre e comunque di un gioco. Nasce con questa filosofia la “Carta dei doveri del genitore nello sport” del Panathlon, che va ad affiancarsi alla “Carta dei diritti del ragazzo nello sport”, e che è stata presentata ieri sera alla camera di commercio.

«Un argomento assolutamente di attualità – ha sottolineato il presidente del Panathlon Città di Sassari Marcello Sassu dopo l’avvio dei lavori da parte del cerimoniere Giuseppe Losito – e che coinvolge non soltanto le famiglia ma la società in genere. Perché è partendo dai bambini, magari fin dalla scuola, che si iniziano a cambiare le cose».

«Da quando sono entrata in carica – ha raccontato l’assessora comunale allo sport Rosanna Arru – ho preso contatto con tante realtà molto interessanti, anche quelle di discipline definite minori, con le quali penso che troveremo molte convergenze per il bene dello sport. Serve prima di tutto alla crescita dei nostri giovani in un contesto sano, passando anche attraverso la scuola, senza però farla sentire gravata di ulteriori compiti». «Questa carta – ha aggiunto il governatore del Panathlon Sardegna Lello Petretto – è la sintesi dell’atteggiamento etico che i genitori sono chiamati ad osservare. Negli sport di massa c’è un continuo incitamento alla violenza sull’avversario, e questo deve cambiare. Serve un ambito sportivo migliore per educare al meglio i nostri figli. Lo sport deve essere non solo divertimento ma vera scuola di vita».

I principi enunciati nella carta, che ha ricevuto nel 2013 il riconoscimento ufficiale da parte del Comitato Olimpico Internazionale, sono molto semplici, come il fatto che i ragazzi possano scegliere il loro sport preferito senza condizionamenti, evitare pesanti attività agonistiche fino ai 14 anni, che siano seguiti con discrezione ed il loro consenso, che non venga chiesto nulla agli allenatori che non sia funzionale alla loro crescita. Ma soprattutto dire ai propri figli che anche le sconfitte aiutano a crescere, e che per essere bravi sportivi non serve essere campioni.

Comportamenti che purtroppo molto spesso non vengono seguiti, come ha evidenziato nel suo intervento, lo psicologo dello sport Manolo Cattari.

«Nella cosiddetta piramide dello sport giovanile - ha spiegato Cattari– il protagonista deve essere l’atleta. Il genitore è un sostenitore, l’allenatore un educatore ed il dirigente un coordinatore. Attualmente però avere dei figli è una scelta ragionata, per cui le attese su di loro sono molto elevate. Così si va dal genitore coach, che vuole vincere a tutti i costi, a quello ipercritico, o iperprotettivo. Ed in quei casi i genitori finiscono per diventare protagonisti al posto dei figli».

Al termine della serata sono state consegnate delle targhe a tre realtà cittadine che hanno già sottoscritto un codice etico, ossia la Dinamo basket, la San Paolo calcio ed il Cus Sassari. A causa dell’orario (le 17) l’incontro è risultato meno partecipato del previsto proprio dalle società sportive, per cui Sassu ha preso il formale impegno di ripeterlo in una diversa fascia oraria.



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