il grande ex
Rotondo: «Marco è da nazionale e può aspirare a starci 10 anni»
SASSARI. «Marco non deve puntare ad arrivare in nazionale: deve puntare a vestire la maglia azzurra per i prossimi dieci anni». Più chiaro di così... Emanuele Rotondo, leggenda biancoblù, parla dall’a...
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SASSARI. «Marco non deve puntare ad arrivare in nazionale: deve puntare a vestire la maglia azzurra per i prossimi dieci anni». Più chiaro di così... Emanuele Rotondo, leggenda biancoblù, parla dall’alto delle 16 stagioni disputate e dei 6.551 punti realizzati con la maglia della Dinamo. «Ho sempre ammirato la grande determinazione di Marco Spissu – dice Rotondo, che oggi ha 44 anni –. Sin da quando era poco più che un bambino, e non era neanche arrivato al vivaio della Dinamo, aveva una forza di volontà fuori dal comune. E questo alla lunga ha fatto la differenza. Ora è nel pieno della maturazione, a 24 anni non è più un ragazzino ma secondo me può migliorare ancora. Questo proprio perché è un gran lavoratore e non si accontenta mai».
L’investitura “definitiva” arrivata quest’estate, anziché caricarlo di pressione, sembra avergli dato una marcia in più. «Aveva soltanto bisogno di fiducia e continuità – spiega Rotondo –, doveva essere titolare e sentirsi tale, anche dentro la sua testa. Io nella parte finale della scorsa stagione e in queste prime partite, quindi da quando è arrivato Pozzecco, ho rivisto lo Spissu della Virtus Bologna, che gioca con grandissima sicurezza, ha faccia tosta e quando è in campo ha il pieno controllo di tutto».
Sabato a Trento è andata esattamente così: «Un play titolare non ha bisogno di fare numeri ma di gestire la squadra. Deve controllare il ritmo, sapere sempre cosa fare e a chi dare la palla. Se perde la testa il play, poi la perdono tutti gli altri. Marco è in grado di giocare in questo modo per 30 minuti e poi, se serve, ti piazza anche una giocata da star come quella tripla a 30 secondi dalla fine. Ma quello che fa fare il salto di qualità alla squadra è un play che fa tutte quelle altre cose».
Tutta una questione di fiducia, dunque. «In gran parte sì, è stato fondamentale il tipo di richiesta che gli è stata fatta. Io ai miei tempi ci ho messo un po’ di più, perché il messaggio che passava era sempre che un giovane deve fare di più, altrimenti gioca un anziano. Ma gli allenatori non sono stupidi, se un giovane è bravo alla fine gioca. Marco ha fatto tutta la gavetta – conclude Emanuele Rotondo –, è partito dal basso e si è sempre messo in discussione in tutte le categorie: ha vinto lui, perché in serie A ci può stare alla grande, è da nazionale e può aspirare a vestire l’azzurro per dieci anni». (a.si.)
L’investitura “definitiva” arrivata quest’estate, anziché caricarlo di pressione, sembra avergli dato una marcia in più. «Aveva soltanto bisogno di fiducia e continuità – spiega Rotondo –, doveva essere titolare e sentirsi tale, anche dentro la sua testa. Io nella parte finale della scorsa stagione e in queste prime partite, quindi da quando è arrivato Pozzecco, ho rivisto lo Spissu della Virtus Bologna, che gioca con grandissima sicurezza, ha faccia tosta e quando è in campo ha il pieno controllo di tutto».
Sabato a Trento è andata esattamente così: «Un play titolare non ha bisogno di fare numeri ma di gestire la squadra. Deve controllare il ritmo, sapere sempre cosa fare e a chi dare la palla. Se perde la testa il play, poi la perdono tutti gli altri. Marco è in grado di giocare in questo modo per 30 minuti e poi, se serve, ti piazza anche una giocata da star come quella tripla a 30 secondi dalla fine. Ma quello che fa fare il salto di qualità alla squadra è un play che fa tutte quelle altre cose».
Tutta una questione di fiducia, dunque. «In gran parte sì, è stato fondamentale il tipo di richiesta che gli è stata fatta. Io ai miei tempi ci ho messo un po’ di più, perché il messaggio che passava era sempre che un giovane deve fare di più, altrimenti gioca un anziano. Ma gli allenatori non sono stupidi, se un giovane è bravo alla fine gioca. Marco ha fatto tutta la gavetta – conclude Emanuele Rotondo –, è partito dal basso e si è sempre messo in discussione in tutte le categorie: ha vinto lui, perché in serie A ci può stare alla grande, è da nazionale e può aspirare a vestire l’azzurro per dieci anni». (a.si.)
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