cagliari
Gli ottanta anni di “nonno” Ricky, immortale dello Scudetto ‘70
CAGLIARI. La presenza scenica è quella di sempre, i capelli e i baffi brizzolati lo specchio di una vita stravissuta e straviziata, forse anche un pò troppo spericolata. Anche se, quando si parla di...
2 MINUTI DI LETTURA
CAGLIARI. La presenza scenica è quella di sempre, i capelli e i baffi brizzolati lo specchio di una vita stravissuta e straviziata, forse anche un pò troppo spericolata. Anche se, quando si parla di Enrico 'Ricky' Albertosi, che domani varcherà la soglia degli 80 anni, la parola troppo sembra dissipata. È ancora in forma, Ricky, che ha scelto di invecchiare a Forte dei Marmi. «Invece, sono pieno di acciacchi - scherza lui - ma non mollo. Ci mancherebbe».
Ha conquistato vittorie impossibili, come lo scudetto a Cagliari nel 1970 o quello della stella nel 1979 con il Milan; ha giocato partite come Italia-Germania 4-3 a Città del Messico nel Mondiale 1970. Nel 1968, anno della conquista dell'Europeo a Roma (salta semifinale e finali per la frattura di un dito) viene ceduto al Cagliari proprio alla vigilia del secondo scudetto dei viola. «Sul momento penso a una punizione - ricorda Albertosi -: mi aveva chiamato Italo Allodi, dicendomi che ero dell'Inter. Quando il presidente della Fiorentina mi dice che ero stato ceduto, rispondo: 'Lo so’. Ma non era come pensavo: finisco al Cagliari. La prima reazione è di rifiuto, ma non si poteva. Parto a malincuore, ma è una scelta fortunata. Arriviamo secondi il primo anno, nel 1969/70 vinciamo lo scudetto con il record di minor gol subiti in 30 partite: 11. Vincere uno scudetto a Cagliari non è come vincerlo nella Juve, nel Milan o nell'Inter». La stagione si conclude con il Mondiale messicano. «I cagliaritani eravamo in sei - ricorda Albertosi -. Davanti a noi solo il 'dream team' brasiliano capeggiato da Pelè, ma Italia-Germania è nella storia. poi, l'amicizia con Gigi Riva e la rivalità con Zoff. «Gigi è un amico vero - dice Albertosi -. Dino? Per causa sua non feci il Mondiale in Argentina: sarebbe stato il quinto. Disse a Bearzot che, con me in panchina, non si sentiva tranquillo, così restai a casa».
Ha conquistato vittorie impossibili, come lo scudetto a Cagliari nel 1970 o quello della stella nel 1979 con il Milan; ha giocato partite come Italia-Germania 4-3 a Città del Messico nel Mondiale 1970. Nel 1968, anno della conquista dell'Europeo a Roma (salta semifinale e finali per la frattura di un dito) viene ceduto al Cagliari proprio alla vigilia del secondo scudetto dei viola. «Sul momento penso a una punizione - ricorda Albertosi -: mi aveva chiamato Italo Allodi, dicendomi che ero dell'Inter. Quando il presidente della Fiorentina mi dice che ero stato ceduto, rispondo: 'Lo so’. Ma non era come pensavo: finisco al Cagliari. La prima reazione è di rifiuto, ma non si poteva. Parto a malincuore, ma è una scelta fortunata. Arriviamo secondi il primo anno, nel 1969/70 vinciamo lo scudetto con il record di minor gol subiti in 30 partite: 11. Vincere uno scudetto a Cagliari non è come vincerlo nella Juve, nel Milan o nell'Inter». La stagione si conclude con il Mondiale messicano. «I cagliaritani eravamo in sei - ricorda Albertosi -. Davanti a noi solo il 'dream team' brasiliano capeggiato da Pelè, ma Italia-Germania è nella storia. poi, l'amicizia con Gigi Riva e la rivalità con Zoff. «Gigi è un amico vero - dice Albertosi -. Dino? Per causa sua non feci il Mondiale in Argentina: sarebbe stato il quinto. Disse a Bearzot che, con me in panchina, non si sentiva tranquillo, così restai a casa».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
