Zoff e lo scudetto rossoblù: «Quel Cagliari era magico Riva atleta inimitabile»
I ricordi del portierone azzurro del campionato 1969-70: «Scopigno per me era un genio»
SASSARI. Di poche parole. Riflessivo, mai sul piedistallo. Soprattutto sincero. Dino Zoff è un’icona del calcio italiano, un uomo che ha scritto pagine indimenticabili della storia del pallone. Ha regalato sogni ed emozioni ai tifosi. E ancora oggi (ha appena compiuto 78 anni) distribuisce pillole di saggezza che le “teste calde” del mondo dorato della Serie A dovrebbero fare proprie. In questa intervista il portierone racconta il Cagliari tricolore e il suo rapporto con la Sardegna.
Che ricordi ha del Cagliari campione d'Italia?
«Una grande squadra, attrezzata sul piano tecnico e fisico. L'espressione più alta era Gigi Riva, un calciatore fantastico che sapeva fare tutto».
Eravate amici con Gigi?
«Abbiamo fatto il Car insieme a Siena, poi siamo passati alla compagnia atleti di Roma. Ci siamo conosciuti che eravamo giovanissimi, da subito tra noi è nata un’amicizia vera, una stima reciproca che continua ancora oggi. Una cosa ci ha sempre accomunato, entrambi parlavamo poco».
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Riva era davvero una forza della natura?
«Non c’è dubbio. Aveva una potenza atletica esplosiva, accompagnata da una determinazione che in campo si trasformava quasi in ferocia. I difensori gli hanno dato tante botte, lui non si lamentava mai. Ma le assicuro che sapeva farsi rispettare».
Un gol di Riva che a lei è rimasto nel cuore?
«Di testa in una partita di qualificazione agli Europei giocata a Napoli contro la Germania Est. Un tuffo spettacolare e una precisione millimetrica nel colpire. Aveva un sinistro pazzesco, quando calciava il pallone assumeva una velocità spaventosa. Mai vista una potenza così devastante»
Come compagno di squadra come lo ricorda?
«Abbiamo giocato insieme solo nella Nazionale. Un compagno ideale, onesto, sincero, rispettoso. Tra persone perbene ci si capisce» .
Da portiere ha studiato come calciava Riva?
«Mi ha segnato diversi gol. C’era poco da studiare, colpiva il pallone così bene che quando centrava la porta non c'era nulla da fare. In campo non bisognava lasciargli spazio, anche se lui se lo prendeva. Era robusto, difficile da contrastare. Un atleta vero che sapeva tenere botta».
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C’era qualcosa che vi accomunava oltre all’essere entrambi di poche parole?
«La passione per le macchine. Discutevamo spesso di questo argomento durante i ritiri. Lo invidiavo un po' perchè aveva una Giulia Super Quadrifoglio, una berlina sportiva, che mi piaceva tantissimo. Non mi sono mai azzardato a chiedergli di farmela provare».
Zoff e Albertosi, bella sfida?
«Con Enrico eravano diversi, sia come giocatori che caratterialmente. Va detta una cosa, lui era un grande portiere e in quel Cagliari che ha vinto lo scudetto è stato fondamentale. Ha incassato solo 11 reti in 30 partite, record che credo non sarà mai battuto. Quel Cagliari, invece, ha aiutato Albertosi ad essere il titolare al Mondiale 1970».
Ha qualche ricordo delle partite contro il Cagliari?
«Una gara con la Nazionale giocata al Sant’Elia contro la Spagna. Dopo i mondiali del 1970 in cui eravamo arrivati secondi, perdemmo contro la Spagna e il pubblico ci riempì di fischi. Un ricordo mi è rimasto quando ero a Udine. Era il 1962, nel campo quasi quasi non c'era l'erba».
Lei ha avuto come compagno di squadra Antonello Cuccureddu, sardo doc. Ci racconta qualche episodio?
«Un amico vero. Sempre pronto a venirti incontro se avevi bisogno. Abbiamo passato tanti anni insieme alla Juventus, togliendoci bellissime soddisfazioni. Ma c’è un altro sardo con il quale ho legato moltissimo».
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Ci dica chi è?
«Gustavo Giagnoni di Olbia, col quale ho giocato al Mantova. Mi ricordo un viaggio di notte insieme a lui per andare a Baja Sardinia. un posto meraviglioso che mi è davvero rimasto nel cuore. Quel giorno sono rimasto a bocca aperta».
Tra i giocatori sardi che lei ha visto in campo, chi mette al primo posto?«
«Senza dubbio Gianfranco Zola, un fantasista di classe. Un bravissimo ragazzo. Mi è sempre piaciuto non solo perchè era un talento ma per la sua umiltà. Poi metterei Pietro Paolo Virdis. Aveva il gol nel sangue e un senso di appartenenza incredibile».
Torniamo al Cagliari campione d’Italia: uno come Scopigno come lo definirebbe?
«Era un personaggio stranissimo, ma posso garantirle che era un uomo di cultura. Forse un po’ strano nei comportamenti ma in panchina era tranquillo, sempre a modo. Mi piaceva tantissimo la sua ironia e la capacità di sdrammatizzare. Gigi Riva mi ha raccontato degli episodi bellissimi ma preferisco tenerli per me».
La Sardegna è stata meta delle sue vacanze?
«Da sempre. E a Baja a Sardinia, dove spero di poter tornare presto. I sardi sono persone autentiche, esplicite, forse un po' diffidenti all’inizio, ma se ti fai apprezzare ti danno il cuore. Io non posso che parlare bene di questa isola».
Miracolo irripetibile quello del Cagliari nel 1970?
«Intanto il termine miracolo non è esatto. È più giusto dire che è stata una grande impresa. Quella squadra era fortissima, ha meritato di vincere. Le avversarie di quegli anni erano attrezzatissime e sto parlando del Milan, dell’Inter, della Juventus e del Torino. Io giocavo col Napoli allora e ho sempre ammirato quei campioni che hanno regalato ai sardi un momento di grande felicità».
Che giudizio dà del Cagliari di oggi?
«È partito benissimo ma poi si è inceppato. Credo che il presidente Giulini abbia fatto un buon lavoro. Sono certo che in futuro i tifosi vivranno altri momenti felici».
Le va di chiudere con un saluto al suo amico Riva?
«Grazie per l’opportunità. Gli voglio bene e in questi giorni proverò a sentirlo. Gli mando un grande abbraccio»
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