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Nastasio chi? Il Cagliari e quello scudetto di tutti

di Roberto Muretto
Gigi Riva e Corrado Nastasio
Gigi Riva e Corrado Nastasio

Il toscano è stato uno dei “magnifici sedici” della cavalcata vincente dei rossoblù «Il contributo l’ho dato più nello spogliatoio che in campo ma è stato importante» 

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CAGLIARI. Tra i protagonisti dello scudetto del Cagliari che oggi festeggia i cinquant'anni di una storica impresa, c'è anche Corrado Nastasio, un "gregario" che in quella stagione giocò una manciata di minuti. Forse non tutti ricordano l'attaccante toscano acquistato dai rossoblù dall'Atalanta a cui venne ceduto il libero argentino Longo. Nei piani societari, Nastasio doveva essere titolare. L'operazione di mercato che portò Boninsegna all'Inter e Gori e Domenghini a Cagliari cambiò l'assetto tattico della squadra. L'ex atalantino fu perciò costretto a vivere lo storico campionato dello scudetto dalla panchina ritagliandosi solo 2 presenze. Nel 1970-71 disputò 5 partite segnando un gol ma per lui continuava a non esserci spazio e venne ceduto.

Quella vittoria la sente sua?

«Nell'Atalanta avevo giocato 29 partite realizzando cinque reti. Il Cagliari mi prese perchè gli mancava un'ala che facesse i cross per Riva e Boninsegna».

Ma quella estate Bonimba è stato ceduto.

«Sì e l'arrivo di Gori e Domenghini mi fece finire tra le riserve. Sono orgoglioso di aver fatto parte di un gruppo favoloso, giocare con quei campioni è stata una bellissima esperienza. Dopo cinquant'anni ricordo più quei campionati lì che gli altri che ho fatto».

Le bruciava stare fuori?

«Il contributo l'ho dato più dentro lo spogliatoio che nel campo. Questa è una cosa che tutti mi riconoscono. Quando qui a Livorno incontro dei sardi dicono così: tu sei uno dei sedici che ha vinto il campionato. Per me sono botte di vita».

Che ricordi ha di quel 12 aprile 1970?

«La vittoria col Bari, la sconfitta della Juventus e l'invasione di campo dei nostri tifosi che urlavano e piangevano e si portavano via pezzi del manto erboso. Eravamo un gruppo sano, unito. E poi la grande festa a casa del presidente Arrica, con la gente che veniva sotto le finestre, suonava il clacson e noi ci affacciavamo alle finestre per salutare».

Gigi Riva era un leader in campo, ma lo era anche nello spogliatoio?

«Un grande e la sua dote più bella era l'umiltà. Un campionissimo che non si è mai messo sul piedistallo. Ho ancora negli occhi le immagini della cena al ristorante Corsaro Verde per festeggiare lo scudetto. C'eravamo tutti, dirigenti compresi. E' finita a torte in faccia tra di noi con Gigi, Albertosi, Poli e Niccolai tra i più attivi. Io ho versato del vino in una busta, Riva l'ha tirata su chi era a tavola. Un disastro, per terra c'era di tutto».

I festeggiamenti per i 50 anni sono rimandati.

«Avevo prenotato l'aereo e sarei venuto a Cagliari con mia figlia, il marito e i nipoti. Speriamo di ritrovarci più avanti».

Con gli altri compagni che rapporti aveva?

«Era facile stare in un gruppo di amici veri. Posso raccontare che Greatti e Cera avevano piedi raffinati. Niccolai, toscano come me, ogni tanto ci metteva in apprensione».

Per gli autogol?

«Albertosi si arrabbiava con lui e gli diceva: "butta la palla in tribuna se non la sai giocare". Comunardo lo guardava storto».

Il rapporto con i tifosi?

«Bello. Uscivi e ti sembrava di essere a casa. I tifosi sapevano stare al loro posto».

I compagni le avevano dato un soprannome?

«Domenghini mi chiamava Saetta. Facevo i 100 in 10"8 e lui, scherzando, mi diceva che avrei dovuto fare atletica. Ha vinto la passione per il calcio ».

A Cagliari è tornato?

«Più volte. Lì c'è un club che porta il mio nome, ho incontrato i suoi rappresentanti ed è stata l'occasione per rivedere gli ex compagni. Ogni volta è un’ emozione fortissima».

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Scopigno che tipo era?

«Dire che era strano è poco. Era un maestro della tattica. Ricordo che in una trasferta eravamo in albergo e la sera, dopo cena, Riva Albertosi e altri giocavano a poker. Io ero lì solo per guardare. A un certo punto entra il mister e la camera era piena di fumo. Scopigno non fece una piega, aprì la porta e disse: "quando avete finito per cortesia andate a letto", e se ne andò». È vero che ha pianto il giorno dello scudetto?

«Verissimo. Era seduto nello spogliatoio e si è lasciato andare scaricando tutta la tensione. A me diceva:"non correre troppo, il campo a un certo punto finisce". Era un maestro di calcio ma anche di vita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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