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Coronavirus, Zenga: «Mi mancano la normalità e l’abbraccio dei miei figli»

di Roberto Muretto
Coronavirus, Zenga: «Mi mancano la normalità e l’abbraccio dei miei figli»

Il tecnico del Cagliari racconta la “clausura” al Centro sportivo di Assemini

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CAGLIARI. Dal 9 marzo vive in clausura. Walter Zenga da allora non è più uscito dal Centro sportivo di Assemini. L’allenatore del Cagliari racconta le giornate trascorse al video, al telefono, tra schemi di gioco, affetti familiari, confronti col proprio staff e normali momenti di... noia.

Ormai conoscerà ogni angolo di Asseminello.

«Non dico che sto tagliando l'erba, ma quasi».

Come sta trascorrendo le giornate?

«Dal 9 marzo sono qui dentro e non sono mai uscito perchè perchè ho un senso di responsabilità alto e molto rispetto per chi ha realmente bisogno di muoversi».

Descriva la sua giornata.

«Cerco di darmi degli obiettivi differenti di volta in volta. Al mattino guardo partite e preparo l’allenamento. Faccio telefonate, mi confronto col mio staff, guardo report, gli allenamenti fatti. Quando mi accorgo di entrare in uno stato di noia, allora cambio il sistema».

Ha letto come il calcio potrebbe ripartire?

«Ho letto tante cose in questo periodo. Si parla di ricominciare a giugno, quindi la previsione è che tra due mesi le cose possano essere migliori di adesso. Bisogna ragionare in prospettiva e non soffermarsi sulla situazione attuale. Il Cagliari ha un centro sportivo funzionale. All'inizio pensavo che potessimo lavorare visti i grandi spazi che ci sono qui. Ma quando ci hanno detto che gli allenamenti andavano sospesi, naturalmente ci siamo attenuti alle regole».

La sua opinione?

«Non ci deve essere divisione tra chi vuole giocare e chi no. Si deve fare in modo che si creino le condizioni ottimali».

Ma se la stagione andrà troppo avanti il rischio è quello di non fare vacanze.

«Vacanze? Se si finisce a luglio e poi si riparte quasi subito lo facciamo. Quando allenavo nei Paesi dell'Est lo stop era solo di quindici giorni, poi si tornava a lavorare tranquillamente».

A giugno e luglio si dovranno fare i conti con temperature alte. Si può fare?

«Ho allenato in Arabia, lì si raggiungono e superano i 50 gradi, eppure il calcio va avanti. Ma i Mondiali non si giocano d’estate? Vi ricordate quelli in America, eppure tutte le partite sono state disputate. Dobbiamo essere uomini di soluzioni non di problemi».

Si pensa a un maxi-ritiro, come si può gestire?

«Bisogna vedere quali saranno le direttive. Quando le avremo ci organizzeremo per fare le cose in modo perfetto. Noi del Cagliari saremo pronti»

A lei potrebbe servire l'esperienza che sta facendo da quando è arrivato a Cagliari?

«Intanto i nostri giocatori sono a casa dal 9 marzo. Io non vedo i miei bambini dal primo di marzo e passerà ancora tanto per poterli riabbracciare. Video-chiamate? Alla lunga diventano noiose, pesanti. All'inizio ti diverti, ma poi tutto viene ingigantito. Stare in ritiro non è il massimo ma ci si adegua».

Gli allenamenti saranno diversi d’ora in avanti?

«Ho già rifatto quattro programmi: a gruppi di cinque, sette, dieci, tutta la squadra. Non contano i numeri ma i principi di gioco degli allenatori. La mia fortuna è aver girato il mondo, ho allenato giocatori con esigenze e culture diverse. Bisogna adattarsi alla situazione, scrollandosi di dosso determinate abitudini che in questo periodo vanno riviste».

Non ha mai pensato di tornare a Dubai?

«Pur volendolo fare non potrei rientrare perchè non ci sono voli. Da dieci anni ho la residenza lì. In Italia non ho nulla, nemmeno una casa. Quindi, se mi buttano fuori da Assemini sono per strada (ride ndr)».

Oltre alla sua famiglia con chi parla al telefono?

«Con tanti amici del mondo del calcio. Ci scambiamo opinioni, ci confrontiamo. Ma ci sono momenti che ti viene voglia di sbattere il telefono al muro. Prendiamo atto che la nostra vita sociale è stata stravolta . Chi si abitua prima alla nuova situazione è fortunato».

Suo figlio Walter junior è sempre impaziente di venire in Sardegna?

«Vuole giocare a pallone con i ragazzi, me lo ripete sempre. Con lui parliamo di calcio e le telefonate sono tranquille. Con mia figlia, invece, che ha 10 anni, qualche volta mi capita di non sapere cosa dirle».

Sente i calciatori?

«Non dico tutti i giorni, ma a cicli alterni parlo con ognuno di loro. Olsen, ha portato la famiglia in Svezia, tornerà qui a Cagliari a breve. Giusto sia andato a casa se ne ha sentito la necessità. Per rendere al meglio il giocatore deve stare bene sul piano personale».

Zoff ha detto che lei è stato tra i portieri migliori del mondo. Bel complimento.

«Al Mondiale del 1986 in Messico ero il terzo portiere. Avevo 26 anni e alle spalle tre campionati con l’Inter. Lui era il preparatore dei portieri e mi ha aiutato molto. All'Inter lavoravo con Castellini. Credo di aver avuto una buona scuola».

Ha parlato con Gigi Riva?

«L’ho fatto la prima settimana che sono arrivato a Cagliari. Con lui in nazionale ho avuto un rapporto meraviglioso. Gigi è una persona intelligente e aveva capito come relazionarsi con calciatori di una generazione diversa. Quando ti diceva “devo parlarti”, andavi da lui, stavi zitto e ti mettevi sull'attenti ad ascoltare». Lo dico per far capire qual era il suo carisma».

Cosa le manca di più, oltre ai suoi affetti più cari, in questo momento?

«La quotidianità dello spogliatoio, la vita sociale fuori dal campo di calcio. Mi piacerebbe poter andare al ristorante con le persone del mio staff, parlare con le persone. Cose normali che prima facevamo tutti i giorni. Credo che la normalità sarà la vera rivoluzione del 2020».

Marco Tardelli potrebbe diventare presidente dell'Aic, le piace l'idea?

«Marco ha esperienza e una onestà intellettuale che gli farà svolgere al meglio questo compito. Non è facile stare a capo di un movimento delicato per tanti motivi. Da quando ne facevo parte io sono cambiate molte cose. Lui è schietto, sincero, può portare motivazioni e conoscenze. Non sono importanti gli anni che hai ma la capacità di adeguarsi alle esigenze dei tempi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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