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Gigi Riva statuario in processione È la fede rossoblù

Gigi Riva statuario in processione È la fede rossoblù

Dal bar-club del supertifoso Marius al Teatro dell’Arco Il racconto della scultura del bomber del Cagliari

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Sono la statua di Gigi Riva, ho cinquant’anni, come lo scudetto conquistato dal Cagliari e da Rombo di tuono. Ho una maglietta bianca con i bordi rossi e blu, ma ne ho visto davvero di tutti i colori: mi hanno portato in processione, mi hanno rotto un braccio (giusto per solidarietà, Gigi invece veniva preso di mira alle gambe) e ho fatto anche l’attore (parlo al maschile, sono una statua, ma rappresento Gigi), immobile e muto (ma sono molto espressivo) in uno spettacolo teatrale. Ho visto Madre Teresa di Calcutta. Mi hanno persino scambiato per una Madonna.

Racconto questa storia dalla sede dei Cagliari club. Qui, da un po’ di tempo, è tutto buio: le serrande sono abbassate per colpa del coronavirus. Spero che questa emergenza finisca presto. Vero, sono un tipo un po’ schivo. Ma le visite mi fanno sempre piacere. E, se potessi mettere a terra il pallone che tengo da sempre sulla mano destra, magari andrei a farmi due tiri con i bambini che giocano in piazza Michelangelo.

Ma andiamo con ordine. Sono stato ideato, modellato e finito nel 1970 da uno scultore che lavorava in Largo Carlo Felice, vicino alla statua, molto più grande di me, che i tifosi ricoprono di bandiere quando il Cagliari vince lo scudetto (è capitato solo una volta), oppure viene promosso o si salva miracolosamente. Il mio vero papà è Marius, il capo dei tifosi dei nostri tempi. Quanto mi manca Marius. È lui che mi ha acquistato, coccolato e tenuto con sé nei suoi bar, da piazza Yenne a viale Trento. E poi mi ha portato finalmente in mezzo ai cimeli, foto, magliette, gagliardetti e tanto altro, in via Ariosto, dove sto adesso. Ho portato fortuna.

Ho sfilato il 12 aprile per le strade di Cagliari, dopo quella partita con il Bari che faceva abbracciare per strada anche gli sconosciuti. E c’è stata una processione meno gloriosa, ma più curiosa. È una storia vera che il presidente dei Cagliari club Tore Saba, “allievo” del mitico Marius, racconta sul sito dei tifosi.

L’inizio della avventura, in realtà, è doloroso. Due ragazze, in un gesto di affetto evidentemente mal calibrato, si sono appoggiate al mio braccio. Rompendolo di netto. Gigi, in questi casi, andava da Lamberto Perugia, specialista in recuperi miracolosi. Io invece sono finito dal restauratore. Finito il lavoro sono stato issato sul cassone di un furgoncino. Con un telo che mi rendeva irriconoscibile. Quel giorno- come sempre- in viale Marconi c’era traffico e si camminava a passo d’uomo. Gli altri automobilisti, vedendo la statua coperta , mi scambiavano per la statua della Madonna. E chi passava accanto si faceva il segno della croce e recitava un’Ave Maria. Tore, una volta che si è accorto dell’equivoco, ha tolto il telo. E la preghiera è diventata una festa di clacson suonati a ritmo di Forza Cagliari, applausi e cori.

Molti anni li ho passati al bar di Marius in viale Trento. Stavo sulla destra, a pochi metri da signora Adele, la moglie di Marius, alla cassa. Controllavo la situazione dentro e fuori dal bar. Una volta, oltre le vetrate, ho visto Madre Teresa di Calcutta in visita alla Regione, sempre lì in viale Trento. Ho visto assessori, presidenti. Ma quelli che mi piacevano di più erano gli studenti del Siotto, il Liceo classico a cinquanta metri: i “quartini” timidi timidi, quelli delle ultime classi che al bar erano padroni di casa, parlavano con Marius, si fumavano una sigaretta. Il mio Cagliari? Alti e bassi: l’ho visto scendere di nuovo in C e poi rinascere con Claudio Ranieri. Quando ha chiuso Marius sono finito in un magazzino di via Ogliastra. E lì mi sono riscoperto attore. Era il 1995. Tre ragazzi mi hanno messo sopra un’apixedda. Ed è partita una nuova processione, questa volta senza equivoci: la gente mi riconosceva e mi guardava con ammirazione. Destinazione via Portoscalas: “Teatro dell’Arco”, lessi nell’insegna. Poi una locandina: “Rombo di Tuono: scudetto e petrolio 25 anni fa, di Vito Biolchini”. Mi scaricano dal cassone e mi piazzano al centro della scena: di nuovo protagonista, insieme agli attori Mario Faticoni ed Elio Turno Arthemalle. Ogni spettacolo tanti applausi. Poi, dopo otto repliche, il ritorno a Is Mirrionis. Da lì mi tirarono fuori qualche anno dopo per portarmi in via Ariosto. Ora, aspetto la fine del lockdown.

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