Dinamo, sessant’anni tra sogno e realtà

Dal liceo Azuni allo scudetto, sino alle coppe europee. Senza mai perdere l’identità

Dal portone del liceo Azuni al cancello delle scuole elementari di San Giuseppe sono 600 metri, neppure mille passi. Piazzale Segni dista due chilometri esatti, per il PalaBigi di Reggio Emilia in linea d’aria sono circa 600. Per Krasnoyarsk, Siberia russa, bisogna percorrerne circa 7 mila, chilometro più, chilometro meno. Sassari-Würzburg, poco più di mille, in confronto è una passeggiata.

Non sono stati sempre una passeggiata, questi primi sessant’anni della Dinamo, battezzata pomposamente “Polisportiva” ma poi specializzatasi e affermatasi nel mondo della pallacanestro. Prima tra i campetti all’aperto cittadini e della provincia, poi nelle palestre delle cosiddette “minors”, le serie inferiori della scala gerarchica nazionale. C’è stata anche un’epoca lunghissima (quasi metà della sua storia), e bellissima, in cui Sassari ha galleggiato tra la B1 e la A2 – tanta A2 – facendosi trascinare dalla corrente e cullare da tante piccole e grandi soddisfazioni. Autoconvincendosi, addirittura, che quella fosse la sua collocazione naturale, definitiva. Sognare quasi mai, tribolare neanche, in compenso. Un gran bel purgatorio, fatto di spalti sempre gremiti, di derby infuocati (quelli con l’Esperia Cagliari negli anni Ottanta), qualche sfida indimenticabile (quelle con l’Olimpia Milano in Coppa Italia nel 1989 e nel 1994) e persino una bella serie di scalpi importanti: chi atterrava a Sassari, che si trattasse di una nobile decaduta o di una big attuale (la formula della Coppa Italia abbinava nei primi turni squadre di A1 e A2), aveva buone probabilità di lasciarci le penne. Capitò nella Coppa Italia 1992 alla Scavolini Pesaro, che poi vinse il trofeo, e nel campionato di A2 alle varie Varese, JuveCaserta, Cantù, Trieste, Viola Reggio Calabria, Fortitudo Bologna e tante altre. Più o meno tutte le altre.

Emozioni, il giusto; sbandate poche: la doppia retrocessione dalla A2, nel 1999 e 2000, salvata nel primo caso comprando a lacrime e sangue il titolo sportivo di Forlì: dal punto di vista tecnico – tra americani pigri o scarsi e vecchi cavalli stanchi italiani –, il periodo peggiore dell’ultimo trentennio. Poi la risalita, l’ultimo miracolo dell’avvocato Milia (promozione dalla B1 alla A2 nel 2003 con una squadra che parlava argentino) e – dopo il passaggio alla famiglia Mele – l’assalto a qualcosa di sconosciuto: la massima serie. Al secondo tentativo, dopo la finale playoff persa l’anno prima, il 13 giugno 2010 la Dinamo è promossa per la prima volta nella sua storia in serie A.

Sembra il massimo del massimo che si possa chiedere alla vita, ma dal punto di vista societario il tracollo è vicinissimo: al termine di una eccellente stagione da matricola, culminata nella qualificazione ai playoff scudetto, la famiglia Mele alza bandiera bianca. Nell’estate 2011 il titolo sportivo di Sassari è bello impacchettato, pronto a prendere il volo verso Capo d’Orlando, quando sulla scena irrompe Stefano Sardara: in cima alle sue – poche, pochissime – promesse, ci sono due paroline magiche: sostenibilità e stabilità. I tifosi, che si confermano il primo fondamentale sponsor, tirano un sospiro di sollievo tanto forte da spettinare persino la pelata del nuovo presidente, ma ciò che ancora nessuno sa è che quello che si è appena aperto sarà un decennio “spaziale”: di stabilità, sì, ma orientata verso l’alto. Una specie di cronoscalata con annesso record dell’ora, perché un triplete tricolore alla quinta stagione in serie A non si era probabilmente mai visto. Il 26 giugno 2015 dal PalaBigi, 600 chilometri in linea d’aria da Sassari, lo scudetto del basket decolla per la prima volta verso la Sardegna. Le serate magiche si rincorrono in serie, dal Forum di Assago al PalaDesio, alla sOliver Arena di Würzburg.

È “europea” ma sassarese al cento per cento, questa Dinamo Globetrotter, che batte palmo a palmo il Continente dalla Spagna alla Russia, senza mai tradire la sua anima “azuniana”. Tra Sassari e Krasnoyarsk, Siberia, ci sono 7mila chilometri, ma da San Giuseppe sino a qua sono sessant’anni tondi tondi, vissuti tra sogno e realtà. Scusate se è poco.

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