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«Così il volley sardo rischia di morire»

Fabio Fresu
«Così il volley sardo rischia di morire»

Il grido d’allarme delle società: «Il protocollo per la ripresa degli allenamenti previsto dalla federazione è inapplicabile»

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SASSARI. Inutile girarci intorno, così non si riparte. È univoca e determinata la presa di posizione delle società sarde di fronte al protocollo per la ripresa dell’attività di allenamento pubblicata dalla Federpallavolo. Un insieme di regole particolarmente restrittivo, studiato evidentemente per le realtà del massimo livello, che possono contare su figure professionali e disponibilità sia economiche che organizzative. Ma lontano anni luce dalla stragrande maggioranza delle realtà, composte di volontari e già alle prese con grosse difficoltà finanziarie.

Tanto per iniziare, ogni società dovrà istituire la figura del covid manager, con il compito di coordinare e verificare il rispetto delle disposizioni sanitarie, come misurazione della temperatura di chi accede all’impianto sportivo, raccolta delle autocertificazioni, redazione del registro delle presenze, verifica dell’esecuzione dell’attività di pulizia e sanificazione e dell’esecuzione dell’allenamento, e così via. Va da sé che dovrà essere un professionista adeguatamente retribuito, con un costo che andrà ad aggiungersi agli altri già previsti. Poi, chi potrà accedere alla palestra, come atleti ed allenatori, dovrà arrivare dotato di mascherina di tipo chirurgico, guanti monouso, e scarpe da calzare al momento dell’ingresso, ed avere il ricambio al momento di abbandonarlo. Gli allenamenti dovranno rispettare le distanze interpersonali, eventuali ambienti comuni come i servizi igienici dovranno essere sanificati dopo ogni utilizzo, gli stessi attrezzi, dai palloni al resto, dovranno essere puliti di frequente, e comunque essere sanificati all’inizio ed al termine degli allenamenti.

“Chi si assume la responsabilità di misure simili? – si chiede Alessio Bittu, presidente del Garibaldi la Maddalena, che disputa la B maschile e la C femminile – io a queste condizioni non farò riprendere alcuna attività, pur essendo in un comune dove non si registrano contagi. La stragrande maggioranza della società morirà, o, come nel nostro caso, rinuncerà a disputare la B nazionale. Non la vedo bene».

«Così non ce la sentiamo assolutamente di ripartire – gli fa eco Laura Bozzo, primo dirigente dell’Ariete Oristano, impegnato nella B2 femminile e nella C maschile – noi utilizziamo due palestre, quindi i costi andrebbero già raddoppiati, ma con oltre duecento atleti non ce lo possiamo permettere. Mi auguro che entro settembre le cose possano cambiare». «E’ un protocollo fatto per chi vive sulla luna – non lo manda a dire Roberto Capra, presidente dell’Alfieri Cagliari di C femminile e vice presidente regionale della Fipav – studiato per la A1, non per i nostri livelli. Possiamo solo protestare, ma presto tutti si renderanno conto che per la maggior parte del movimento è una situazione insostenibile».

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