«Burruni campione d’umiltà e innamorato di Alghero»
di Roberto Muretto
Gianfranco, figlio del pugile Salvatore, apre il ricchissimo libro dei ricordi «Conosceva il significato della parola sacrificio. Con Branchini erano fratelli»
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ALGHERO. Non era un uomo tutto d'un pezzo. Salvatore Burruni (da tutti chiamato Tore) aveva l'umiltà nel Dna. Quando è diventato una star della boxe ha mantenuto il basso profilo che è stato il filo conduttore della sua vita. Conosceva benissimo il significato della parola sacrificio. Così come sapeva bene, per averlo imparato da suo padre (era un contadino), che cosa voleva dire lavorare duramente. Suo figlio, Gianfranco, in questa intervista racconta particolari inediti della storia di un campione che ha portato nel mondo il vessillo dell'Italia e della Sardegna. E in particolare della sua città, Alghero di cui andava fiero.
Se nomino suo padre cosa le viene in mente?
«L'amore sviscerato per la città di Alghero. A tal punto che ha rinunciato a partecipare a serate importanti per tornare a casa prima possibile. Anche quando ha smesso e cominciato a lavorare con Umberto Branchini, dopo due anni ha detto basta per rientrare in Sardegna».
Lei allora era un bambino, quali sono i suoi ricordi di Burruni pugile?
«Quelli degli ultimi anni, quando è diventato campione europeo dei gallo. Allora non era come adesso che un pugile fa un match ogni due anni, mio padre un anno ne ha fatti 17. Tra i ricordi un viaggio con lui e mia madre Rosetta con una 600. Siamo partiti da San Benedetto del Tronto per andare in Veneto. Chi guidava? Mio padre».
Lei a suo fratello che cosa ha raccontato del Burruni campione?
«Pierpaolo è stato pugile dilettante e poi allenatore. Gli raccontavo che la nostra casa era sempre piena di gente. Venivano giornalisti da tutto il mondo per intervistarlo e sapendo che aveva un figlio piccolo, mi portavano dei regalini. A me la boxe piaceva, papà mi spingeva a provare ma non l'ho praticata. Perchè? sarei rimasto schiacciato dai paragoni con lui. Ero consapevole di non poter ripetere la sua carriera».
Suo padre deve tutto al pugilato?
«Lui era il più piccolo di otto fratelli. Con i primi soldi guadagnati sul ring ha aiutato la famiglia. Ha dato tanto ma anche ricevuto tanto».
Come vivevate i match?
«Mia mamma ha iniziato a vedere gli incontri quando è passato peso gallo, prima non lo aveva mai visto combattere dal vivo ma solo in televisione. A casa mia venivano in tanti perchè in quegli anni erano pochi ad avere la tv. Noi ce l'avevamo ed era frutto di una delle sponsorizzazioni di babbo. Aveva fatto delle fotografie per un'azienda e in cambio gli avevano regalato una bella televisione».
Sua mamma si agitava?
«Un po' di apprensione c'era ma non paura. Sapeva che era allenato e bravo. Mia madre non ha mai cercato di dissuaderlo dal suo sogno, quello di arrivare sul tetto del mondo nella sua categoria. Non lo ha mai ostacolato. Lui mancava tre-quattro mesi da casa, per allenarsi e sostenere i match. Per un periodo ci siamo trasferiti da Alghero a Roma. Quando tornava dall'estero portava sempre un pensiero per tutti. Ho una collezione di oggetti che conservo gelosamente dei vari viaggi che ha fatto».
Il primo match che lei ha visto dal vivo?
«Quando ha difeso l'europeo contro Zurlo a San Benedetto del Tronto, vincendo per ko. Mamma non stava mai a bordo ring, voleva un posto defilato. Ricordo che quando ha vinto quel match mi hanno portato sul ring, lui mi ha preso in braccio, dato un bacio ed fatto l'intervista in diretta con la Rai mentre io cercavo di afferrare, divincolandomi, il microfono».
Tore ha più dato o ricevuto dallo sport?
«Giuste proporzioni. Ha dato tanto facendo una grande carriera e portando in alto il nome della città di Alghero. Erano gli anni d'oro della boxe, ha ricevuto tante onorificenze. Diciamo che è stato un campione trattato con i fiocchi. Vittorio Lai, presidente Fip, mi ha comunicato che per il 2020 gli verrà assegnato il collare d'oro del Coni alla memoria. Siamo felicissimi».
Un episodio che ha impresso nella memoria?
«Io sono nato l'11 ottobre del 1962 verso le 9 di sera. Ed è la data in cui Giovanni XXIII ha inaugurato il Concilio Vaticano Secondo. Il Papa fece il discorso affacciandosi al balcone mentre mamma partoriva. C'era la diretta tv. Mio padre mi diceva sempre: "tu sei nato benedetto dal pontefice. Sei fortunato perchè non sai cosa sono i sacrifici. Non come me, sia da bambino e anche con i soldi in tasca ho fatto la fame. Prima perchè la mia famiglia era povera, poi per rientrare nei limiti di peso».
La città di Alghero per suo padre era...
«Il centro del mondo. Parlava algherese e pretendeva che lo parlassimo anche noi. Ricordava sempre i Giochi del Mediterraneo nel 1955 a Barcellona. Un giornalista spagnolo gli fece un' intervista e scopre che mio padre parlava il catalano. Scrisse sul quotidiano Mundo Deportivo che Burruni era oriundo-catalano. Dal giorno dopo i giovani di Barcellona andavano in palestra e gli chiedevano lautografo. La sera lo fermavano per strada, lo fermavano e parlavano in catalano. In finale incontra un pugile madrileno,il pubblico del palazzetto ha fatto il tifoper lui, che ha vinto».
Il rapporto con Umberto Branchini?
«Lui lo definiva un secondo padre, aveva fiducia totale del suo manager. Mio padre gli portava le aragoste quando partiva per allenarsi. Umberto apprezzava ma voleva che le cucinasse lui e rigorosamente alla catalana. Il rapporto è continuato anche dopo. Ma dopo due anni mia madre è intervenuta dicendo a mio padre: “è ora che torni a casa, sei stato troppo fuori, basta girare il mondo”. Lui gli ha detto sì. Quando è andato in pensione aveva due passioni la vigna. Faceva un vino che non era troppo buono ma sosteneva che almeno era genuino. Ed io ero costretto a berlo anche se non mi piaceva molto. Poi aveva una barchetta e usciva in mare per pescare polpi. A casa ne portava tanti. Quante mangiate con gli amici».
Quando perdeva un incontro come la viveva?
«Lui ha perso 9 match nella sua carriera, ma contro avversari che o aveva battuto prima o ha battuto dopo. Quando ha deciso di ritirarsi poteva fare mondiale dei gallo, ma aveva 36 anni e alle spalle 109 incontri. Sapeva che non era più quello di prima e ha preferito, intelligentemente, non fare brutte figure».
Se fosse vivo a vedere la boxe di oggi gli verrebbe da piangere?
Troppe sigle, il livello è scaduto. Il pugilato di oggi non gli piacerebbe».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Se nomino suo padre cosa le viene in mente?
«L'amore sviscerato per la città di Alghero. A tal punto che ha rinunciato a partecipare a serate importanti per tornare a casa prima possibile. Anche quando ha smesso e cominciato a lavorare con Umberto Branchini, dopo due anni ha detto basta per rientrare in Sardegna».
Lei allora era un bambino, quali sono i suoi ricordi di Burruni pugile?
«Quelli degli ultimi anni, quando è diventato campione europeo dei gallo. Allora non era come adesso che un pugile fa un match ogni due anni, mio padre un anno ne ha fatti 17. Tra i ricordi un viaggio con lui e mia madre Rosetta con una 600. Siamo partiti da San Benedetto del Tronto per andare in Veneto. Chi guidava? Mio padre».
Lei a suo fratello che cosa ha raccontato del Burruni campione?
«Pierpaolo è stato pugile dilettante e poi allenatore. Gli raccontavo che la nostra casa era sempre piena di gente. Venivano giornalisti da tutto il mondo per intervistarlo e sapendo che aveva un figlio piccolo, mi portavano dei regalini. A me la boxe piaceva, papà mi spingeva a provare ma non l'ho praticata. Perchè? sarei rimasto schiacciato dai paragoni con lui. Ero consapevole di non poter ripetere la sua carriera».
Suo padre deve tutto al pugilato?
«Lui era il più piccolo di otto fratelli. Con i primi soldi guadagnati sul ring ha aiutato la famiglia. Ha dato tanto ma anche ricevuto tanto».
Come vivevate i match?
«Mia mamma ha iniziato a vedere gli incontri quando è passato peso gallo, prima non lo aveva mai visto combattere dal vivo ma solo in televisione. A casa mia venivano in tanti perchè in quegli anni erano pochi ad avere la tv. Noi ce l'avevamo ed era frutto di una delle sponsorizzazioni di babbo. Aveva fatto delle fotografie per un'azienda e in cambio gli avevano regalato una bella televisione».
Sua mamma si agitava?
«Un po' di apprensione c'era ma non paura. Sapeva che era allenato e bravo. Mia madre non ha mai cercato di dissuaderlo dal suo sogno, quello di arrivare sul tetto del mondo nella sua categoria. Non lo ha mai ostacolato. Lui mancava tre-quattro mesi da casa, per allenarsi e sostenere i match. Per un periodo ci siamo trasferiti da Alghero a Roma. Quando tornava dall'estero portava sempre un pensiero per tutti. Ho una collezione di oggetti che conservo gelosamente dei vari viaggi che ha fatto».
Il primo match che lei ha visto dal vivo?
«Quando ha difeso l'europeo contro Zurlo a San Benedetto del Tronto, vincendo per ko. Mamma non stava mai a bordo ring, voleva un posto defilato. Ricordo che quando ha vinto quel match mi hanno portato sul ring, lui mi ha preso in braccio, dato un bacio ed fatto l'intervista in diretta con la Rai mentre io cercavo di afferrare, divincolandomi, il microfono».
Tore ha più dato o ricevuto dallo sport?
«Giuste proporzioni. Ha dato tanto facendo una grande carriera e portando in alto il nome della città di Alghero. Erano gli anni d'oro della boxe, ha ricevuto tante onorificenze. Diciamo che è stato un campione trattato con i fiocchi. Vittorio Lai, presidente Fip, mi ha comunicato che per il 2020 gli verrà assegnato il collare d'oro del Coni alla memoria. Siamo felicissimi».
Un episodio che ha impresso nella memoria?
«Io sono nato l'11 ottobre del 1962 verso le 9 di sera. Ed è la data in cui Giovanni XXIII ha inaugurato il Concilio Vaticano Secondo. Il Papa fece il discorso affacciandosi al balcone mentre mamma partoriva. C'era la diretta tv. Mio padre mi diceva sempre: "tu sei nato benedetto dal pontefice. Sei fortunato perchè non sai cosa sono i sacrifici. Non come me, sia da bambino e anche con i soldi in tasca ho fatto la fame. Prima perchè la mia famiglia era povera, poi per rientrare nei limiti di peso».
La città di Alghero per suo padre era...
«Il centro del mondo. Parlava algherese e pretendeva che lo parlassimo anche noi. Ricordava sempre i Giochi del Mediterraneo nel 1955 a Barcellona. Un giornalista spagnolo gli fece un' intervista e scopre che mio padre parlava il catalano. Scrisse sul quotidiano Mundo Deportivo che Burruni era oriundo-catalano. Dal giorno dopo i giovani di Barcellona andavano in palestra e gli chiedevano lautografo. La sera lo fermavano per strada, lo fermavano e parlavano in catalano. In finale incontra un pugile madrileno,il pubblico del palazzetto ha fatto il tifoper lui, che ha vinto».
Il rapporto con Umberto Branchini?
«Lui lo definiva un secondo padre, aveva fiducia totale del suo manager. Mio padre gli portava le aragoste quando partiva per allenarsi. Umberto apprezzava ma voleva che le cucinasse lui e rigorosamente alla catalana. Il rapporto è continuato anche dopo. Ma dopo due anni mia madre è intervenuta dicendo a mio padre: “è ora che torni a casa, sei stato troppo fuori, basta girare il mondo”. Lui gli ha detto sì. Quando è andato in pensione aveva due passioni la vigna. Faceva un vino che non era troppo buono ma sosteneva che almeno era genuino. Ed io ero costretto a berlo anche se non mi piaceva molto. Poi aveva una barchetta e usciva in mare per pescare polpi. A casa ne portava tanti. Quante mangiate con gli amici».
Quando perdeva un incontro come la viveva?
«Lui ha perso 9 match nella sua carriera, ma contro avversari che o aveva battuto prima o ha battuto dopo. Quando ha deciso di ritirarsi poteva fare mondiale dei gallo, ma aveva 36 anni e alle spalle 109 incontri. Sapeva che non era più quello di prima e ha preferito, intelligentemente, non fare brutte figure».
Se fosse vivo a vedere la boxe di oggi gli verrebbe da piangere?
Troppe sigle, il livello è scaduto. Il pugilato di oggi non gli piacerebbe».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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