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«Sono sincero, ingombrante... e immarcabile»

di GIANMARCO POZZECCO*
«Sono sincero, ingombrante... e immarcabile»

Il coach della Dinamo si racconta senza filtri Oggi a Sassari la presentazione del suo libro

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Allenare è difficilissimo. Non mi riferisco solo a questioni tecniche o tattiche. Parlo proprio di scelte da fare a monte: capire quale offerta prendere in considerazione e quale no, quale squadra accettare, come costruirla. Per questo è fondamentale avere le idee chiare su quale debba essere il proprio percorso. Se tu sai dove vuoi andare e quali sono le persone con cui confrontarti, allora tutto diventa più facile. A maggior ragione se sei un ex giocatore: per quante ne hai viste e vissute, puoi essere considerato uno già in possesso delle informazioni necessarie ad allenare: conosci certe situazioni, sai decifrare determinati momenti, hai la capacità di approcciarti ai giocatori. Ma non è che se hai le nozioni per fare il maestro, sei automaticamente in grado di insegnare. La parte più complicata è proprio questa: riuscire a farti seguire dai tuoi ragazzi.

In più, se rinunci a una squadra, perché pensi non sia adeguata al tuo modo di allenare o che non corrisponda al tuo range, rischi di stare fermo. E se decidi di stare fermo, l’unica possibilità che avrai sarà quella di subentrare in una squadra che sta andando male. Insomma, sono tutte decisioni molto complicate.

E poi ci sono i social. Sulla scelta di un giocatore, i social incidono il giusto. Sulla scelta di un allenatore incidono tantissimo. Il motivo è che è molto meno semplice giudicare un allenatore rispetto a un giocatore. Tutto diventa soggettivo. È un’opinione, più che un dato di fatto. (...)

Quello su un allenatore, novantanove su cento, è un parere personale. Il calciatore, invece, nella stessa percentuale, l’hai visto all’opera. E, anche se non hai mai avuto la possibilità di assistere a un suo allenamento, lo conosci per come influisce sulle partite la domenica.

(...)

Un allenatore di pallacanestro ha la possibilità di incidere sulla gara in corso in maniera più continua, ma è anche vero che tante situazioni un tifoso non le vede. Non le può capire.

Per alcuni mesi, prima che decidesse di andarsene al Partizan Belgrado, a Sassari ho allenato Jamel McLean. Era in un tunnel, agli occhi di tutti. Ma il tifoso è focalizzato sull’immediato, ragiona solo sull’eventuale vittoria o sconfitta della propria squadra in quella partita. Io devo avere una prospettiva più ampia, una proiezione del lavoro a lungo termine.

La soluzione più diretta è: Jamel McLean gioca male; ok, sta in panchina. Eh, ho capito. Ma così lo fai entrare ancora di più nel tunnel. Io invece ho l’obbligo di tenere in considerazione le prestazioni future di Jamel, e quindi devo comportarmi in modo che lui riesca a riprendersi. Se io, tutte le volte che sbaglia, lo cambio, non lo recupero più. Quindi, devo tenerlo in campo con una certa continuità, anche se non ne azzecca una. Il problema è che poi la gente da fuori si chiede: “Ma perché non lo toglie che sta giocando di merda?”. Non pensano alla settimana successiva, quando magari lui arriva all’allenamento e c’ha il muso, e trasmette depressione, perché è triste. Perché non può essere contento. Perché se è contento, significa che è menefreghista e allora lo devo mandare a casa.

Io non sono andato a Torino perché quando è uscita la notizia sui social dicevano che non ero l’allenatore adatto. E allora io vi domando: voi sapete chi scrive sui social? Risposta esatta. Uno che magari non ha mai visto una partita di basket in vita sua. E commenta perché Gianmarco Pozzecco è un personaggio ingombrante che può stare sul cazzo a tanti. Pare incredibile, ma è così. Perché purtroppo, in questo preciso momento storico, viviamo questo mondo.

Io vi posso dire con certezza che a Sassari la gente mi vuole bene. Non è presunzione. È la verità. Lo sento. Lo percepisco. Vivo ogni giorno questo grande affetto che le persone che incontro mi regalano. Mi fermano. Mi stringono la mano. Mi chiedono un selfie. E io sono l’uomo più felice sulla faccia della Terra. Tu entri nei social e puoi avere una percezione diversa. Perché sui social conta solo chi ci riversa dentro la sua frustrazione. Se tu vai su Facebook e posti la seguente frase: “Bravo! Hai fatto bene! Era la scelta giusta! Tutto a posto!”, non ti caga nessuno. Non capisci un cazzo. Non ti intendi di quell’argomento. Se invece scrivi: “Non andava fatto così! Sei un incapace! Non va bene niente!”, allora ne sai. Se il tuo giudizio è negativo, diventa competente. Se tu fai notare, specialmente in malo modo o con arroganza e volgarità, che le cose non vanno bene, anche quando vanno bene, è perché sei più avanti di tutti. No, tu sei semplicemente un coglione.

*estratto dal libro “Clamoroso - La mia vita da immarcabile”

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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