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Altare, un gigante per una grande Olbia

di Paolo Ardovino

Classe 98, bergamasco, il difensore è ormai l’idolo del Nespoli. Paure e speranze nell’anno che dovrà consacrarlo

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OLBIA. Gli applausi e gli incitamenti sono di regola riservati agli attaccanti, a quei giocatori che diventano beniamini del pubblico a suon di gol e giocate di finezza. Ma in questo avvio di stagione, sugli spalti del “Nespoli” gli occhi sono spesso puntati verso Giorgio Altare. È senza discussione tra le note più positive dell’Olbia di Max Canzi. E diciamo che vien facile idealizzarlo nel difensore granitico per antonomasia: tocca il metro e novanta, fisico imponente, muscoli e spalle larghe. Quando parte a grandi falcate verso la metà campo avversaria o vince i contrasti con gli attaccanti, i tifosi si infiammano. Mettiamoci pure quella parlata bergamasca così marcata, lui che viene da un piccolo comune della Valle Imagna, a 700 metri d’altezza. Tolta la divisa bianca, le spiagge olbiesi, la sua è una quotidianità di campagna, a contatto con la natura, tra i boschi. Sì, è un bel personaggio Altare in questa Olbia. Le giovanili passate tra Milan – quattro anni e mezzo – e Genoa – un paio di stagioni –, poi dal grifone è arrivato in prestito lo scorso gennaio, dopo una piccola parentesi al Feralpi Salò; prestito rinnovato questa estate. Oggi, Altare è uno dei migliori giocatori dell’Olbia e questo sembra proprio essere il suo anno. L’anno della consacrazione. Intanto, gli allenamenti riprenderanno martedì, dopo il rinvio di Olbia-Lucchese.

Pure la partita contro il Como, però, sembra fortemente a rischio…

«Sì, ha una ventina di giocatori positivi, non credo si riuscirà a giocare. La situazione è complicata ma bisogna conviverci. Dobbiamo stare attenti, faccio tutti gli scongiuri del caso ma per ora noi siamo sempre stati negativi. Facciamo il tampone ogni quattro giorni, poi 48 ore prima delle partite, e anche il test sierologico. Queste pause impreviste rallentano il campionato però eravamo pronti a situazioni del genere».

Proviamo a parlare di calcio: come mai questo avvio non troppo esaltante?

«La classifica non rispetta quanto fatto ma ormai lo sappiamo, la serie C è difficile. Ci dobbiamo riscattare, so bene che possiamo dimostrare i nostri valori e sono sicuro ne usciremo».

Individualmente, al contrario, sono state sette partite da protagonista. È l’anno della consacrazione?

«Lo spero, anzi lo voglio. Questo è il mio lavoro, quello che mi piace fare, e bisogna sempre puntare in alto. Ho continuato su quanto fatto nelle otto partite della passata stagione. Ma si son viste ottime prestazioni anche di squadra».

Classe ’98, sei il piccolo del reparto arretrato titolare, com’è la convivenza con giocatori come Emerson, La Rosa e Pisano?

«Emerson dà tanto a noi giovani, ogni giorno ci sta dietro, ci aiuta, ci consiglia. Arrivare alla sua età in una categoria così difficile non è da tutti, è un esempio che ho iniziato a seguire a inizio stagione e lo farò fino alla fine. Idem gli altri, l'esperienza di Pisano, La Rosa, ognuno dà qualcosa, ma anche compagni di altri reparti, mi viene in mente Giandonato. Sì, forse loro anche per l'età conoscono bene alcune dinamiche e ci tengono a dare i consigli giusti per la mia carriera e per gli altri giovani del gruppo».

Qual è stata sinora la partita migliore?

«Dico l’ultima con la Pro Vercelli. Abbiamo dato l’anima, onorato maglia e tifosi contro la prima in classifica, abbiamo fatto quel che voleva il mister e dobbiamo ripartire da lì. Dovremmo affrontare le altre partite con quello spirito». La peggiore? «Col Piacenza è stata la partita opposta. Un buon primo tempo, poi ci hanno schiacciato. Ma l’importante è non perdere».

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