Quando gli italiani erano tutti "paolorossi"
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Ma ti poteva capitare anche sulla Muraglia Cinese o nei quartieri eleganti di Londra. Eravamo tutti paolorossi in quegli anni dopo il trionfo al mundial del 1982. In ogni parte del pianeta. Avevamo tutti la faccia magra e sorridente di quello scricciolo di calciatore, avevamo tutti il nome più comune che si potesse avere. Paolo Rossi era l'eroe e il signor nessuno. Il brutto anatroccolo che diventa cigno e il campione della porta accanto. Ecco perché è un cazzotto sullo stomaco dell'Italia la sua morte improvvisa e inaspettata. E' un dolore collettivo fortissimo dire addio all'uomo che ha fatto impazzire di gioia l'Italia intera in quell'estate felice di quasi quarant'anni fa.
Non era il super atleta baciato dalla sorte, modello Pelè, al quale le prodezze venivano naturali. Non aveva neanche il talento smisurato di Maradona, nè la sua rabbia interiore che aveva trasformato il Pibe in un artista leggendario. Paolo Rossi era la normalità, la semplicità che diventa improvvisamente mito. Così ha detto di sé nella sua biografia: «Ero uno qualsiasi, uno normale che può farcela. Non ero un fenomeno atletico e neanche un fuoriclasse, ma se hai qualche qualità e le metti al servizio della volontà puoi ottenere risultati incredibili. E allora quello che fai può diventare un bel messaggio soprattutto per i giovani. Non solo nello sport».
E così in una calda serata spagnola del luglio 1982 Paolo Rossi divenne Pablito. Lui, piccolo Davide si trovò davanti il Brasile Golia e dalla sua fionda partirono tre gol che abbatterono il Gigante e regalarono agli appassionati del pallone una favola fantastica. E' strana la vita, a quella sfida Pablito-Davide c'era arrivato a pezzi. Era un bel giocatore Paolo Rossi, colpo d'occhio, scatto e agilità ne facevano un rapinatore d'area di rigore. I suoi gol avevano esaltato il Vicenza e regalato trofei importanti alla Juventus. Anche al mondiale argentino del 1978 si era messo in evidenza con tre prodezze e giocate di qualità. Poi le ginocchia fragili (tre interventi al menisco) e soprattutto la squalifica di due anni per lo scandalo del calcio scommesse ne avevano frenato l'ascesa e sbiadito l'immagine.
Ma qualcuno lo aveva nel cuore. Il grande allenatore della nazionale azzurra, Enzo Bearzot, simbolo del calcio che nasce negli oratori e muore nelle osterie, sapeva valutare gli uomini. Manco fosse un profeta aveva aspettato Rossi e continuato a puntare su di lui. Era a pezzi Pablito quel giorno, 4 partite da fantasma evanescente, nazionale sulla graticola, allenatore contestato, accuse e polemiche. Dicono che dal letame nascono i fiori. E Pablito-Davide tirò fuori la fionda. Il resto è storia del calcio e memoria collettiva: tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania in finale. Paolo Rossi hombre del partido, campione del mondo e capocannoniere e qualche mese dopo anche Pallone d'oro. Ha sempre la faccia smunta Pablito ma il sorriso è luminoso come quello di Sandro Pertini, il partigiano presidente che lo applaude in mondovisione.
Già, l'ottimismo della volontà direbbe Rossi. Messaggio gramsciano che sarebbe piaciuto anche a Socrates, calciatoere brasiliano scomparso anche lui troppo presto. C'era anche lui quel giorno in campo nel super Brasile di Zico e Falcao che dovette arrendersi a Pablito.
Ci sarebbero un sacco di altre cose da dire su Paolo Rossi: dalla sua uscita di scena discreta a poco più di 30 anni, della leggerezza e capacità di sdrammatizzare con cui parlava di calcio in tv, del dolore dei suoi compagni mundial e della rabbia di Trapattoni: «I giocatori non dovrebbero andarsene prima degli allenatori». Ma forse è meglio tenersi il ricordo di quelle braccette sollevate al cielo, di quella maglia numero 20 azzurro intenso, di quel sorriso con le guance scavate, di quel bozzolo diventato farfalla. Grazie Pablito.
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