Tore Erittu: «Con il progetto Animu lancio una sfida alla vita»
di Roberto Muretto
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L'ex pugile con la figlia Erika in palestraL’ex pugile a ruota libera: «Tornare a combattere? La tentazione è forte»
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PORTO TORRES. La storia di Salvatore Erittu è come una favola a lieto fine. Un brutto anatroccolo che diventa un bellissimo cigno. Da ragazzino era ribelle. Tutt'altro che uno studente modello. Sempre pronto a menare le mani, a farsi largo con la forza, l'arroganza. Un ragazzo difficile, senza regole, a briglia sciolta. Poi è scoppiata la passione per il pugilato, ha incontrato le persone giuste e lo sport lo ha allontanato dalle devianze, dal rischio di prendere una brutta strada. La boxe è disciplina, quella che lui prima di frequentare la palestra non sapeva nemmeno cosa fosse. Tore voleva diventare un campione del ring. Ha capito che per coronare il sogno avrebbe dovuto lavorare tanto, fare enormi sacrifici, dimenticarsi svaghi e serate movimentate. Non si è spaventato, ha seguito i consigli dei suoi maestri ed ha raggiunto il traguardo. Per due volte è stato campione italiano. Ora fa il coach motivazionale, gestisce una palestra a Sassari e aiuta le persone che hanno bisogno di perdere peso. In questa intervista a tutto campo si racconta senza veli.
Le manca la boxe?
«Certo e sarà sempre così. Il pugilato è vita, ti insegna ad abbattere le paure, a convivere con te stesso».
Diciotto mesi fa perché ha deciso di smettere?
«In quel momento della carriera dovevo fare una scelta: o l'istinto o la regione. A 38 anni mi sentivo competitivo e lo sono ancora, ma avendo un progetto importante da realizzare ho preferito la strada della ragione».
Mai avuta la tentazione di tornare sul ring?
«Sì e ce l'ho ancora. In questo momento sto per aprire una nuova palestra ad Alghero».
Battere Lovaglio era diventata un'ossessione per lei?
«In quel match, nel quale sono finito ko dopo pochi secondi, avevo la consapevolezza di aver fatto un errore figlio dalla voglia di rivalsa verso la vita. Venivo da un periodo drammatico, durante il quale la mia carriera sembrava finita. La sfida con lui era un pensiero fisso, volevo dimostrare che ero più forte di Lovaglio. Ci sono riuscito e sono tornato in pace con me stesso».
Ora lavora nella sua palestra e rimette in forma le persone. Come è nata questa passione?
«In concomitanza col mio percorso pugilistico. La mia filosofia è trasmettere il significato della parola sacrifici. Insegnare ai miei allievi ad affrontarli. Per me è una missione. Ho studiato, ho frequentato la scuola di coach motivazionale che mi ha dato gli strumenti per fare il mio lavoro».
Cosa prova quando vede un suo allievo che perde peso?
«Un'emozione indescrivibile. Regali a una persona la rinascita, un fattore emotivo che per me è una botta di adrenalina. Lello è l'allievo modello. Pesava 243 chili, farlo dimagrire era come scalare una montagna, nessuno credeva che ce l'avrebbe fatta. Adesso pesa 123 chili, li ha persi in 15 mesi. E scenderà ancora».
Farà il vaccino anti Covid?
«Se non sarà obbligatorio per adesso aspetto. Ci sono persone che ne hanno più bisogno di me, voglio capire l'evoluzione. Non mi vergogno a dire che se potessi evitare di farlo sarebbe meglio».
Le palestre sono state chiuse a causa della pandemia, come ha trascorso il tempo?
«Studiando e formandomi, cercando nuovi stimoli per fare ciò che mi piace. In quel momento ho anche pensato di tornare a combattere. Mi sto allenando, il pensiero c'è. Per quello che vedo in Italia posso dire la mia. I 40 anni di oggi sono, a livello fisico, i 30 di vent'anni fa».
Dopo l'incidente sul quadrato capitato a Gabriele Cossu tornerà all'angolo?
«E' stato drammatico a livello umano. Sono consapevole che può succedere, sono rischi che in questo sport si corrono. Un episodio che mi ha insegnato molte cose. Tra queste, riconoscere il momento in cui ti devi fermare».
Dica la verità, quanta paura ha avuto quella sera?
«La stessa paura di morire. Una situazione che ho provato quando ho avuto problemi fisici. Vedere Gabriele sul lettino di ospedale privo di sensi è come se fossi morto io».
Come vede il futuro del pugilato in Sardegna?
«In ripresa. Le palestre nonostante le difficoltà sono piene. C'è voglia di fare boxe. A breve aprirò una palestra ad Alghero, le richieste per iscriversi sono tante. Un bel segnale».
I primi tre pugili italiani?
«Su tutti Nino Benvenuti, lui è la storia. Poi Giovanni Parisi, ha dato forte identità americana al pugilato in un momento in cui era in sofferenza. Sul terzo gradino metto Giacobbe Fragomeni, per la sua storia di vita».
La differenza tra un grande pugile e un fuoriclasse?
«Un fuoriclasse ha il talento ma non sempre diventa un campione. Il grande campione fonde talento con coraggio, disciplina e tanta forza di volontà».
Quando combatteva era scaramantico?
«No. Non c'era nessun rito».
Nella boxe amicizia e rispetto sono valori che non si sono persi o è un modo di dire?
«Sono valori imprescindibili. La boxe è un motore propulsorio di questi valori. Nel pugilato non ci sono persone poco leali».
Chi sono i suoi amici veri nel mondo della noble art?
«Ci sto pensando e questo fa capire le difficoltà. Quando sei in alto sono tutti amici, quando comincia il declino in molti scendono dal carro. Cito due persone che non ci sono più, Alberto Mura e Maurizio Zenoni, in certo momenti il mio pensiero è rivolto a loro. Ricordo le cose che mi hanno insegnato e le metto in pratica ancora adesso».
Un personaggio famoso che vorrebbe conoscere?
«Sicuramente Daniele Di Benedetti (formatore e scrittore romano che si occupa di crescita e benessere ndr). Con la comunicazione trasmette grande energia. Mi dà emozioni e io vivo di emozioni. Mi piacerebbe fare una chiacchierata con lui».
Uno sportivo sottovalutato?
«Secondo me Marco Pantani. Dopo la sua morte si è parlato solo di un momento discutibile della sua vita. Quello che ha fatto nel ciclismo è passato in secondo piano».
Una schifezza che vorrebbe mangiare ma è vietata a uno sportivo?
«Il panino di Renato in via Roma a Sassari. Fosse per me ci andrei tutti i giorni».
Un lusso al quale fa fatica a resistere?
«L'unico lusso è viaggiare. Mi sta mancando, mi piace scoprire, esplorare. A Mia figlia Erika per Natale ho regalato una lettera con una caccia al tesoro, incluso un viaggio per andare a vedere l'aurora boreale. Lo ha gradito tantissimo, e l'ha impegnata molto».
L'acquisto più costoso che ha fatto nella sua vita?
«La casa a Porto Torres».
C'è un episodio della sua carriera che ricorre di continuo nei sogni notturni?
«Spesso appare nei miei sogni la tachicardia, i momenti terribili che per fortuna ho superato».
Si è mai pentito di aver abbandonato gli studi?
«Più volte. La scuola è un percorso che ti insegna a stare nella società. Anche se penso che i valori e i sacrifici devono essere messi in pratica. Chi studia può lavorare e fare sport. Queste cose è molto più facile capirle da grande che da ragazzino. Io ero un po' ribelle. Ora so che la cultura è un valore aggiunto».
Cosa si aspetta dall'anno appena cominciato?
«Far partire un progetto che si chiama "Animu". E' un viaggio per me, il mio allievo Lello e due miei amici, Giovanni Mulas (ex mma) e Alessandro Uccheddu (ultra trail). Una serie di sfide per girare tutta la Sardegna. Calate con la corda, trekking. Con la bici mezzo di locomozione».
Allora, auguri
«Grazie, ne ho bisogno».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Le manca la boxe?
«Certo e sarà sempre così. Il pugilato è vita, ti insegna ad abbattere le paure, a convivere con te stesso».
Diciotto mesi fa perché ha deciso di smettere?
«In quel momento della carriera dovevo fare una scelta: o l'istinto o la regione. A 38 anni mi sentivo competitivo e lo sono ancora, ma avendo un progetto importante da realizzare ho preferito la strada della ragione».
Mai avuta la tentazione di tornare sul ring?
«Sì e ce l'ho ancora. In questo momento sto per aprire una nuova palestra ad Alghero».
Battere Lovaglio era diventata un'ossessione per lei?
«In quel match, nel quale sono finito ko dopo pochi secondi, avevo la consapevolezza di aver fatto un errore figlio dalla voglia di rivalsa verso la vita. Venivo da un periodo drammatico, durante il quale la mia carriera sembrava finita. La sfida con lui era un pensiero fisso, volevo dimostrare che ero più forte di Lovaglio. Ci sono riuscito e sono tornato in pace con me stesso».
Ora lavora nella sua palestra e rimette in forma le persone. Come è nata questa passione?
«In concomitanza col mio percorso pugilistico. La mia filosofia è trasmettere il significato della parola sacrifici. Insegnare ai miei allievi ad affrontarli. Per me è una missione. Ho studiato, ho frequentato la scuola di coach motivazionale che mi ha dato gli strumenti per fare il mio lavoro».
Cosa prova quando vede un suo allievo che perde peso?
«Un'emozione indescrivibile. Regali a una persona la rinascita, un fattore emotivo che per me è una botta di adrenalina. Lello è l'allievo modello. Pesava 243 chili, farlo dimagrire era come scalare una montagna, nessuno credeva che ce l'avrebbe fatta. Adesso pesa 123 chili, li ha persi in 15 mesi. E scenderà ancora».
Farà il vaccino anti Covid?
«Se non sarà obbligatorio per adesso aspetto. Ci sono persone che ne hanno più bisogno di me, voglio capire l'evoluzione. Non mi vergogno a dire che se potessi evitare di farlo sarebbe meglio».
Le palestre sono state chiuse a causa della pandemia, come ha trascorso il tempo?
«Studiando e formandomi, cercando nuovi stimoli per fare ciò che mi piace. In quel momento ho anche pensato di tornare a combattere. Mi sto allenando, il pensiero c'è. Per quello che vedo in Italia posso dire la mia. I 40 anni di oggi sono, a livello fisico, i 30 di vent'anni fa».
Dopo l'incidente sul quadrato capitato a Gabriele Cossu tornerà all'angolo?
«E' stato drammatico a livello umano. Sono consapevole che può succedere, sono rischi che in questo sport si corrono. Un episodio che mi ha insegnato molte cose. Tra queste, riconoscere il momento in cui ti devi fermare».
Dica la verità, quanta paura ha avuto quella sera?
«La stessa paura di morire. Una situazione che ho provato quando ho avuto problemi fisici. Vedere Gabriele sul lettino di ospedale privo di sensi è come se fossi morto io».
Come vede il futuro del pugilato in Sardegna?
«In ripresa. Le palestre nonostante le difficoltà sono piene. C'è voglia di fare boxe. A breve aprirò una palestra ad Alghero, le richieste per iscriversi sono tante. Un bel segnale».
I primi tre pugili italiani?
«Su tutti Nino Benvenuti, lui è la storia. Poi Giovanni Parisi, ha dato forte identità americana al pugilato in un momento in cui era in sofferenza. Sul terzo gradino metto Giacobbe Fragomeni, per la sua storia di vita».
La differenza tra un grande pugile e un fuoriclasse?
«Un fuoriclasse ha il talento ma non sempre diventa un campione. Il grande campione fonde talento con coraggio, disciplina e tanta forza di volontà».
Quando combatteva era scaramantico?
«No. Non c'era nessun rito».
Nella boxe amicizia e rispetto sono valori che non si sono persi o è un modo di dire?
«Sono valori imprescindibili. La boxe è un motore propulsorio di questi valori. Nel pugilato non ci sono persone poco leali».
Chi sono i suoi amici veri nel mondo della noble art?
«Ci sto pensando e questo fa capire le difficoltà. Quando sei in alto sono tutti amici, quando comincia il declino in molti scendono dal carro. Cito due persone che non ci sono più, Alberto Mura e Maurizio Zenoni, in certo momenti il mio pensiero è rivolto a loro. Ricordo le cose che mi hanno insegnato e le metto in pratica ancora adesso».
Un personaggio famoso che vorrebbe conoscere?
«Sicuramente Daniele Di Benedetti (formatore e scrittore romano che si occupa di crescita e benessere ndr). Con la comunicazione trasmette grande energia. Mi dà emozioni e io vivo di emozioni. Mi piacerebbe fare una chiacchierata con lui».
Uno sportivo sottovalutato?
«Secondo me Marco Pantani. Dopo la sua morte si è parlato solo di un momento discutibile della sua vita. Quello che ha fatto nel ciclismo è passato in secondo piano».
Una schifezza che vorrebbe mangiare ma è vietata a uno sportivo?
«Il panino di Renato in via Roma a Sassari. Fosse per me ci andrei tutti i giorni».
Un lusso al quale fa fatica a resistere?
«L'unico lusso è viaggiare. Mi sta mancando, mi piace scoprire, esplorare. A Mia figlia Erika per Natale ho regalato una lettera con una caccia al tesoro, incluso un viaggio per andare a vedere l'aurora boreale. Lo ha gradito tantissimo, e l'ha impegnata molto».
L'acquisto più costoso che ha fatto nella sua vita?
«La casa a Porto Torres».
C'è un episodio della sua carriera che ricorre di continuo nei sogni notturni?
«Spesso appare nei miei sogni la tachicardia, i momenti terribili che per fortuna ho superato».
Si è mai pentito di aver abbandonato gli studi?
«Più volte. La scuola è un percorso che ti insegna a stare nella società. Anche se penso che i valori e i sacrifici devono essere messi in pratica. Chi studia può lavorare e fare sport. Queste cose è molto più facile capirle da grande che da ragazzino. Io ero un po' ribelle. Ora so che la cultura è un valore aggiunto».
Cosa si aspetta dall'anno appena cominciato?
«Far partire un progetto che si chiama "Animu". E' un viaggio per me, il mio allievo Lello e due miei amici, Giovanni Mulas (ex mma) e Alessandro Uccheddu (ultra trail). Una serie di sfide per girare tutta la Sardegna. Calate con la corda, trekking. Con la bici mezzo di locomozione».
Allora, auguri
«Grazie, ne ho bisogno».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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