La Nuova Sardegna

Sport

«Ho ereditato il carattere e il coraggio dei sardi»

di Roberto Muretto
«Ho ereditato il carattere e il coraggio dei sardi»

L’ex difensore della Roma racconta la sua infanzia tra Cabras e Chiaramonti «Papà mi portava negli ovili, ho mangiato il formaggio con i vermi e la pecora» 

5 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Sebino Nela, padre di Chiaramonti, mamma di Cabras, nato a Rapallo, ha consumato con i tacchetti i prati degli stadi italiani ed europei. Ha vinto con la Roma uno scudetto a 22 anni, ha giocato una finale di Coppa dei Campioni, è andato ai Mondiali, alle Olimpiadi. E' anche finito in una canzone di Antonello Venditti (Correndo correndo) quando si è rotto un ginocchio. Nelle sue vene scorre sangue sardo. Il suo carattere rispecchia molto quelli che si identificano sotto la bandiera dei Quattro Mori.

Si sente un po' sardo?

«Molto sardo. Inizio proprio così il libro che ho scritto (“Il Vento in faccia”, con la collaborazione del giornalista Giancarlo Dotto). Ho un caratteraccio, sono un po' orso, ho preso il meglio o forse il peggio, non lo so, della Sardegna».

Nel suo libro racconta che quando suo padre parlava in dialetto lei non capiva nulla.

«Papà era di Chiaramonti. Ogni anno andavo in Sardegna per le vacanze. Conosco molto bene la zona del Campidano, Cagliari, Cabras, dove è cresciuta mia madre. Ricordo che papà mi portava negli ovili, mi divertivo tantissimo. Lì ho cominciato a mangiare il formaggio con i vermi e la pecora bollita».

Perchè non parla con sua mamma da 25 anni?

«È bruttissimo, lo so. In tanti hanno provato a farmi tornare sui miei passi. Mi sono sentito ferito, tradito, deluso. La mia è una decisione ponderata, non mi pento di come mi sono comportato».

Qual è il suo rapporto con la Sardegna?

«Non l'ho mai abbandonata, anche se è da un po' che non ci vado. Credo di avere qualcosa dentro, con l'isola c'è un legame difficile da descrivere. Tra noi cè una forte attrazione».

Ha visitato i paesi dove sono nati i suoi genitori?

«Viaggiare allora era complicato. Con i mezzi di trasporto di allora, era più semplice arrivare a Cabras che a Chiaramonti. Lì ci sono i parenti di mio padre, che non ho conosciuto ma non è detto che non succeda. Di Cabras ricordo le mangiate di cozze e pesce per la strada. Soprattutto era un paese con donne bellissime. Andavamo spesso anche a Nuraxinieddu, tappa obbligata il bar per bere qualcosa».

Qualche aneddoto che riguarda i suoi genitori?

«Mio pare lavorava a Santa Margherita Ligure sulle navi, era cuoco. Poi ci siamo trasferiti a Genova e avevamo un ristorante-pizzeria dove andavo a dare una mano. Servivo anche ai tavoli. A 17 anni ho esordito in serie B col Genoa, la mia carriera da professionista è cominciata con i colori rossoblù, come quelli del Cagliari».

A proposito di Cagliari, non se la passa bene, deluso?

«Delusione non lo so. E' un campionato strano, soffrono sia la Juventus che l'Inter, squadre molto attrezzate. Il Cagliari spesso ha giocato buone partite ma non è arrivato il risultato. Non è stato molto fortunato».

Ce la farà a salvarsi?

«Sicuro, ha potenzialità importanti, tanti nazionali, non credo ci saranno problemi».

Conosce Di Francesco?

«Molto bene. Lo considero un ottimo allenatore, sa cosa significa senso di appartenenza. Giulini ha fatto bene a confermarlo, gli auguro grandi risultati. La squadra non è da quella posizione. I calciatori si ricordino che giocano in club che ha fatto la storia, riguardino i filmati degli eroi dello scudetto, sono cose che servono. A Eusebio dico di fare qualche sorriso in più».

I risultati, però, finora non gli danno ragione.

«Mi arrabbio quando il capro espiatorio viene identificato nell'allenatore. Poche volte ce la prendiamo con i calciatori che secondo me sono i primi responsabili. Troppo facile puntare il dito sul mister».

Lei ha scritto che molti allenatori sono presuntuosi e sgarbati quando rispondono alle domande, non le sembra di essere stato troppo severo?

«Il giorno che diventano allenatori perdono la serenità. Non sorridono più. Negli ultimi 16 anni ho lavorato in tv, fare le domande a fine partita ai tecnici è difficile. Siccome sono allenatori pensano di saperne più di te. A volte, forse, sarebbe bello fare i complimenti agli avversari».

“Correndo correndo”, la canzone di Antonello Venditti a lei dedicata, oggi per chi potrebbe essere scritta?

«Non lo so. Lui stava scrivendo il nuovo album, mi sono rotto il ginocchio e mi ha dedicato la canzone. E' successo per caso, Antonello è tifoso della Roma».

Ha raccontato che con tanti suoi compagni di squadra usciva con la pistola infilata nei pantaloni, ha addirittura sparato al pusher della sua ex moglie. Era una testa calda.

«Episodio privato a parte, ricordo che i primi a girare con la pistola sono stati i giocatori della Lazio campione d'Italia. Si usciva dagli anni di piombo, le curve erano in subbuglio, i tifosi aggressivi. Per noi era un atto di difesa».

Nicolò Barella è il miglior centrocampista italiano?

«Sta facendo vedere ottime cose. Non mi piace l'atteggiamento che ha in campo. Quando un compagno sbaglia un passaggio alza le braccia al cielo. Protesta troppo con gli arbitri, forse deve darsi una regolata».

Lei ha giocato con grandi campioni, tra cui Falcao che definisce presuntuoso, perchè?

«Paulo ha aiutato la Roma ad arrivare a certi livelli. Stava poco con la squadra, si allenava da solo. Il club gli permettava di fare la prima donna. Lui era un grande professionista. Ci sono rimasto male quando nella finale di Coppa Campioni col Liverpool si è rifiutato di calciare il rigore».

La malattia: subisce quattro operazioni, come è cambiata la sua vita?

«Mi sono curato, il tumore non c'è più. All'inizio è stata dura, devi avere coraggio, carattere, per uscire da questa situazione. Inizialmente mi ha cambiato l'umore. Ho perso papà, mia sorella, ho una famiglia devastata da questa brutta malattia».

In quel momento chi le è stato più vicino?

«Non ti devi aspettare niente da nessuno. La famiglia mi ha aiutato, ma sei soprattutto tu che ti devi aiutare. Volevo restare in vita, guarire».

A Roma non c'è mai pace, perchè nella Capitale si deve fare i conti con la pressione?

«Luoghi comuni. Quando sono state costruite squadre forti si è vinto. Se non vincono non è colpa dell'ambiente».

Nainggolan ha fatto bene a tornare a Cagliari?

«Se ha ritenuto che quella è la sua piazza, allora sì. Radja è stato per anni uno dei migliori centrocampisti in Italia».

Pirlo allenatore?

«Ha la fortuna di allenare la Juventus, una società che lo protegge. Presto per giudicare».

Chiudiamo parlando ancora di Sardegna, le manca?

«Tantissimo. Ho sempre voglia di tornare, lo farò sicuramente. Per una vacanza o fermarmi addirittura per vivere. Sto valutando, ho due figlie grandi, che magari presto si sposeranno. Vediamo, il mio futuro è da scrivere».

C’è spazio nel suo cuore per l’isola dei suoi genitori?

«Fa parte del mio cuore. Quando ero in terapia i medici mi dicevano: sei proprio sardo, ma sapevano che sono nato a Rapallo. Dirmi che sono sardo per me è motivo d'orgoglio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
L’isola al voto

Elezioni comunali, trionfano Mulas e Milia: Cossa vince a Sestu – La lista completa dei sindaci eletti

di Francesco Zizi
Le nostre iniziative