Europei di calcio, Gigi Riva: «L’Italia può vincere, Barella il mio erede»

Rombodituono promuove Mancini: «È lui l’arma in più»

La nazionale e il Cagliari, Mancini e Barella, Burgnich e il '68 dell'Italia campione d'Europa. Parla Gigi Riva e ascoltarlo, ogni volta, è come aprire un libro che eri convinto di avere già letto, e invece scopri sempre pagine nuove. Il più grande bomber azzurro guarda all'Europeo imminente e non ha dubbi. «L'Italia può vincere. Ha gli uomini e le qualità. Del resto, è il nostro destino. La storia ci dice che non scendiamo mai in campo per fare le comparse ma per andare sino in fondo e conquistare il trofeo in palio».

Lei ha speso parole molto affettuose nei confronti di Roberto Mancini.
«Lo conosco bene - replica Riva -, da giocatore è stato un grandissimo campione. Da allenatore ha ottenuto tanto, con un tratto distintivo: è sempre stato un signore, dentro e fuori dal campo. Direi, comunque, che per preparazione e capacità di rapporti con i calciatori può essere considerato l'arma in più della Nazionale, l'elemento che può dare quel pizzico che serve per fare il salto di qualità che ci porti a vincere l'Europeo».

L'Italia, quella Coppa, l'ha vinta una sola volta. Guarda caso, in campo c'era Gigi Riva...
«Uno dei momenti più belli e fortunati della mia carriera. Io quella finale contro la Jugoslavia non l'avrei dovuta giocare. Invece all'epoca, il regolamento mi diede una mano. Ero infortunato nella prima partita, e stetti fuori. Finì 1-1 con un gol di Domenghini. All'epoca però era prevista la ripetizione della finale e non i rigori».

E dopo due giorni l'infortunio fu riassorbito e Valcareggi la buttò nella mischia.
«Proprio così. Mi sembrava di sognare. Avevo 23 anni e giocavo la finale degli Europei. All'Olimpico, uno stadio che mi ha dato tante soddisfazioni, feci il primo gol: una palla arrivata in area dopo un contrasto, tirai forte battendo il loro portiere. Poi Anastasi fece il 2-0 e portammo a casa la Coppa. Stavo toccando il cielo con un dito».

Non tutti sanno che lei non giocò con la maglia numero 11 ma con la 17.
«Nella fase finale che si giocava in Italia erano previste semifinale e finale, ma occorreva dare, come ai mondiali, i numeri di maglia dei 22 convocati in anticipo. Quella volta decisero di assegnare i numeri in ordine rigorosamente alfabetico: Albertosi ebbe la 1, Anastasi la 2, Domenghini la 9, la 11 a Ferretti del Torino e a me, che comunque ero destinato a star fuori per l'infortunio nelle due partite previste, toccò in sorte la 17. Rivera si mise a ridere: bel numero ti è capitato... Io non sapevo un tubo di numeri che portavano sfortuna... Anche perché alla fine, invece, mi portò benissimo quel 17».

La vittoria contro la Jugoslavia fu il primo trionfo azzurro dai tempi di Pozzo.
«Lo stadio esplose di gioia e alla fine i tifosi accesero migliaia di lumicini, rendendo l'atmosfera particolarmente suggestiva. A fine partita andai in giro con alcuni compagni, poi li lasciai e proseguii da solo, camminando a notte fonda per Roma. Mentre in strada continuavano i caroselli dei tifosi festanti nessuno mi riconobbe. Me la godetti così. Alle 5 del mattino presi un taxi e mi feci accompagnare all'aeroporto. Presi il primo aereo per Cagliari e tornai a casa».

Due anni dopo, il mondiale. Il secondo posto insieme a tanti campioni, fra cui Tarcisio Burgnich.
«La sua scomparsa mi ha rattristato parecchio. L'ho saputo dai titoli che scorrevano in tv. E' stato un brutto colpo. Lui era davvero una roccia, ma soprattutto un vero uomo. In campo ce le siamo date di santa ragione, ma la lealtà non è mai mancata».

Burgnich segnò il gol del 2-2 nella mitica semifinale con la Germania. Lei quel gol lo vide benissimo visto che era alle sue spalle.
«Era finito in area di rigore avversaria, cosa che non succedeva mai. Lo vidi calciare di sinistro e infilare la porta. Fui il primo ad abbracciarlo, perché quel gol ci rimise in corsa dopo il sorpasso dei tedeschi. Ma la cosa più sorprendente è che mentre gli altri compagni urlavano pazzi di felicità, lui tranquillo tornò indietro per rimettersi in difesa. Grande "Tarci", non lo dimenticherò mai».

Da dirigente azzurro, invece, ha assistito alla sconfitta con il golden gol nella finale del 2000 contro la Francia.
«Mmh, non mi ricordo - replica sornione Riva -. Alla mia età preferisco far spazio in testa solamente alle cose belle, come il successo sei anni dopo ai rigori a Berlino, proprio contro la Francia».

Il legame con la Nazionale è sempre molto stretto. Gigi Riva è nel cuore dei tifosi italiani ma anche dei dirigenti. Il presidente Gravina le ha mandato una maglia della Nazionale la sera di Italia-San Marino.
«Sì, un bel pensiero. Ma io ho ringraziato loro per aver riportato la Nazionale a Cagliari. Un regalo stupendo per la città e per la Sardegna».

Allo stadio lei, però, non è andato, nonostante l'invito.
«Ormai non vado a vedere una partita da anni. Anzi, non le guardo in diretta neanche in tv. Registro e guardo a risultato acquisito. Così non si soffre...».

Anche per le partite del Cagliari fa così?
«Esatto. L'Italia e il Cagliari sono le squadre per cui tifo. Dunque vedo le partite a cose già fatte».

Dopo l'arrivo di Semplici lei aveva previsto la salvezza dei rossoblù.
«Il nuovo allenatore ha dato alla squadra la sicurezza nei propri mezzi. Il Cagliari ha dimostrato di poter affrontare chiunque alla pari, senza timori. La rosa rossoblù è di tutto rispetto, con gente come Cragno, Nainggolan, Joao Pedro. Un gruppo che meritava certamente di conservare il posto in serie A».

Tornando all'Europeo che inizierà fra qualche giorno, non si può non parlare di Nicolò Barella. Un talento nato nella Scuola Calcio Gigi Riva.
«Voglio molto bene a Nicolò, un ragazzo davvero eccezionale. Certo, quando fondammo tantissimi anni fa la Scuola Calcio, pensavamo intanto a svolgere un ruolo sociale, e magari di poter tirar su qualche ragazzotto buono, magari anche per la serie A. Ma mai avremmo sognato di poter regalare al calcio italiano un Nicolò Barella».

Nato a Cagliari, cresciuto prima nella Scuola Calcio Gigi Riva e poi in serie A con i rossoblù. Meglio di così...
«Per me è un grande orgoglio. Barella è un bravissimo calciatore che lì, in mezzo al campo, può fare la differenza. Il centrocampo in effetti è fortissimo visto che con Nicolò c'è gente come Jorginho e Verratti. Sì, confermo il pronostico: l'Italia è molto forte e può vincere l'Europeo. Sarebbe fantastico: dopo 53 anni ritornare sul tetto continentale - si ferma un attimo Rombo di tuono e poi aggiunge -. Dopo Riva, Barella. Non male, giusto?».

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