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Finale Europei, l'augurio di Mancini: "Noi come l'Italia del 1982"

Francesco Grant
Finale Europei, l'augurio di Mancini: "Noi come l'Italia del 1982"

A Londra alle 21 la supersfida che deciderà di una competizione calcistica fin qui fantastica

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ROMA L'estate italiana di Roberto Mancini e i suoi ragazzi è all'atto finale. Con un pizzico di follia e un'inattesa magia, come raccontano i protagonisti azzurri, la nazionale è arrivata lì dove era difficile immaginare nell'anno più pazzo del mondo: a giocarsi la finale dell'Europeo in un Wembley pieno nonostante la coda della pandemia e sotto gli occhi del capo dello Stato, Sergio Mattarella, e di un Paese intero che non aspetta altro che festeggiare. Quasi fosse un luglio simile ad altri. «Nell'82, in questo stesso giorno, festeggiavamo tutti la nazionale di Bearzot campione del mondo: speriamo di ricordare un altro 11 luglio vincente», dice alla vigilia Mancini, che ha pronta la ricetta giusta: «Se i miei ragazzi hanno ancora voglia di divertirsi, ecco gli ultimi novanta minuti».

Per un ct al quale Chiellini ha regalato un'altra definizione («lui è un grande chef»), gli ingredienti sono sul tavolo. Il primo è lo stadio del mito, lo stesso dove nel '92 Mancini pianse con Vialli per la finale di Coppa Campioni persa. «Da giocatore non ho vinto in azzurro, né con una Under 21 fortissima, né al Mondiale '90 che avremmo meritato: spero di rifarmi da ct». Il pepe lo mettono i 60 mila tifosi inglesi che spingono la nazionale di casa a riprendersi il pallone. Dall'altra parte, sugli spalti, 7.500 italiani di cui solo un migliaio in arrivo da Fiumicino, impacchettati nelle rigide regole sanitarie Uk. «Ritrovare tanto pubblico dopo mesi di silenzio - ha ribadito in ogni caso il ct azzurro - e in questo stadio è meraviglioso per chiunque ami il calcio: i nostri tifosi speriamo di sentirli alla fine...».

A far da legante ai sapori, insomma, è la leggerezza che ha accompagnato Mancini e la sua Italia dall'inizio, anche quando il suo invito a pensare positivo era stato equivocato per negazionismo dell'emergenza. E anche in questo i risultati hanno dato ragione a Mancini: per una domenica londinese da annali, dalla finale di Wimbledon con Berrettini per la prima volta in campo a quella di Wembley, c'è l'Italia intera pronta a scendere in strada. «L'entusiasmo ricreato dalla nazionale è motivo di orgoglio, ma va vissuto con responsabilità», l'appello anti-assembramenti del presidente Figc, Gabriele Gravina, che rafforza quello di Bonucci. In ogni caso, Mancini non ci sta all'ipotesi della sconfitta onorevole e sa che l'ultimo miglio è un'Inghilterra mai così sicura di potercela fare. «Questa nazione ha una grande tradizione nel calcio, e la sua nazionale in passato è stata spesso sfortunata: oggi è una squadra solida, Sterling è velocissimo ma in attacco hanno altre frecce». Contro la rapidità dell'ala di Southgate e la potenza di Harry Kane, l'idea è di restare se stessi. Mancherà il solo Spinazzola che a Londra è arrivato - in stampelle - sull'aereo con i compagni, e tiferà dalla tribuna. Occhi puntati anche sull'arbitraggio dell'olandese Kuipers, dopo le polemiche per il rigore fischiato su Sterling in semifinale: «Le polemiche arbitrali non ci fanno onore», taglia corto Gravina. In campo, Mancini si affiderà piuttosto all'esperienza di Bonucci e Chiellini per arginare l'attacco atomico dei Tre Leoni, al centrocampo dai piedi buoni guidato da Jorginho, alla fiducia nella strepitosa forma di Federico Chiesa. «Anche con la Spagna avremmo voluto fare il nostro gioco - ricorda Mancini - ma sono stati bravi a limitarci e a palleggiare. Il gioco è stato quel che ci ha portato fin qui, non lo snatureremo: dobbiamo giocare come sappiamo, e sarà una grande partita». Rispetto per l'Inghilterra e la sua forza fisica. «Ma il calcio si gioca palla a terra, e a volte vincono i più piccoli», strizza l'occhio Mancini. Dando voce a quel che sperano i suoi ragazzi: 60 milioni di italiani.

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