Tortu: «Lacrime di gioia per un sogno realizzato»
Lo sprinter azzurro si riposa in Sardegna dopo il trionfo olimpico con la 4x100: «In pista ero rilassato e tranquillo, ma è stata dura e ora sono davvero esausto»
GOLFO ARANCI. «Ed eccoci qua a fare la classifica delle emozioni più belle. Ma come faccio? Ci vorrebbe un podio enorme».
Un centesimo di vantaggio sulla staffetta inglese, una medaglia d’oro in tasca, due bagni fatti nella prima giornata di vacanza trascorsa nel suo mare, quello della Gallura. Filippo Tortu, fissa tutto nei post-it della memoria, sparecchia la tavola dove ha appena pranzato con tutta la famiglia e si prepara alla pennichella pomeridiana. Tra fuso orario, stress e fatica accumulati, potrebbe venir fuori il record del mondo di pisolino in assetto costante.
Intanto però i flash di Tokyo sono ancora tutti negli occhi e nella mente, accecanti come la bellezza di una medaglia da guardare, lucidare, stringere al petto e guardare ancora.
Campione olimpico della 4x100. Ora, tra i graniti e il profumo della macchia, finalmente inizia a realizzare la portata dell’impresa. «Sì, ora è tutto chiaro – sorride Filippo, 23 anni compiuti a giugno –. Sono passati un po’ di giorni, il telefono mi è esploso per i messaggi ricevuti, siamo arrivati in Italia e abbiamo trovato un’accoglienza incredibile. In aeroporto, in nave, per strada, poco fa in spiaggia: ovunque sto trovando grandissimo affetto da parte delle perone comuni. Questo mi sta aiutando a realizzare».
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Uscito dal frullatore delle prime 24 ore dopo il trionfo, rientrato a casa, il primo italiano di ogni tempo a essere sceso sotto i 10” nei 100 metri sta iniziando a rimette ordine ai propri pensieri.
«Sono soprattutto stanchissimo, veramente sfinito – dice –, ma molto felice. È stata una stagione molto dura da tutti i punti di vista e ho potuto toccare con mano come il percorso che porta alle Olimpiadi sia davvero stressante. Se impari a gestirlo, impari a gestire anche difficoltà e credo di esserci riuscito. Tutti mi stanno chiedendo cosa avessi nella testa dopo l’eliminazione nella semifinale dei 100. La verità è che per tre giorni non ho pensato a niente, a nessuna gara, volevo solo riposarmi, soprattutto a livello mentale. Non potevo essere soddisfatto ma ero comunque orgoglioso per essere riuscito a dare una svolta prima positiva, poi magari non troppo positiva, a un percorso comunque complicato. Mio papà? Mi ha detto solo di stare tranquillo , e così ho fatto. Poi è arrivato il momento della staffetta».
C’è una sofferenza interiore nell’ultimo frazionista, condannato da una parte ad attendere e a sperare che tutto vada bene, e dall’altra a caricarsi sulle spalle – con l’obbligo di proseguire, valorizzare e non sprecare – il lavoro fatto dai primi tre frazionisti.
«Sono brutti momenti – ammette il corridore nato a Milano e tesserato per le Fiamme Gialle –, perché di fatto sei impotente, la tensione sale alle stelle e non vedi l’ora che ti arrivi il testimoni. Un po’ di paura che non ti arrivi c’è sempre, è come tirare un calcio di rigore. Ma quando la fiducia nei confronti dei compagni è massima niente può andare male. E ora mi è venuto in mente il mio personale podio di emozioni».
Terzo: «L’arrivo nel centro sportivo in cui ci siamo allenati prima di entrare nel villaggio olimpico. Lì abbiamo realizzato di essere alla Olimpiadi e abbiamo capito che avremmo fatto qualcosa di importante».
Secondo: «La gara, ovviamene. Ero rilassato, tranquillo, mi sono accorto subito che lo stavo rimontando, dopo il traguardo sapevo di avere vinto ma non ci potevo credere».
Primo posto: «Avendo saltato la cerimonia di apertura, dico la premiazione. Il podio, la medaglia, l’inno nazionale. Brividi».
Infine la Sardegna. Mai come a Tokyo, i Cinque cerchi si sono intrecciati con i Quattro mori. «Una spedizione storica in generale – commenta Filippo Tortu –, ancor di più per l’isola e per la velocità. Penso alla staffetta con me, Patta e Polanco, alla squadra femminile con Dalia Kaddari e al fisioterapista Pusceddu. Poi ho avuto modo di passare un po’ di tempo con il mio amico Marco Spissu. Davvero un bel clan».
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Via gli ultimi piatti da tavola, poi scatto da centometrista verso cameretta per una maratona di pennichella. Il riposo del campione: è proprio il caso di dirlo.
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