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L’isola del basket battezza una nazionale tutta sarda

di Andrea Sini
L’isola del basket battezza una nazionale tutta sarda

Poste le basi per la nascita di un team maschile e uno femminile affiliati alla Fins «Nessuna contrapposizione, vogliamo allargare gli orizzonti dei nostri atleti»

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SASSARI. I migliori cestisti sardi schierati a centrocampo con mano sul cuore e a cantare l’inno “Procurad’e moderare”. Sulle divise, e sugli spalti, un trionfo di simboli dei Quattro mori e dell’albero deradicato arborensi. Di fronte, una delle tante nazioni senza Stato o una delle “piccole” del ranking mondiale.

Più che un sogno nostalgico, molto più di una trovata folkloristica, la “Natzionale sarda di basket” è già una realtà dotata di anima e corpo, pronta al primo giro di convocazioni e alla sua prima, storica sfida internazionale. Alle spalle ci sono un ente costituito nel 2012, la Federazione Isport Natzionale Sardu (Fins), guidata da Gabrielli Cossu, e una federazione guidata da Laura Fois, che poi è il punto di riferimento del progetto legato alla palla a spicchi. Sassarese, giornalista freelance e con un passato da cestista in serie B con il Sant’Orsola e un’esperienza in Catalogna, la giovane dirigente è riuscita ad allargare la base del progetto e farlo diventare realtà. La Sardegna della pallacanestro verrà rappresentata sia in campo maschile che femminile.

«La natzionale di basket persegue le stesse finalità di Fins – dice Laura Fois –, ovvero la promozione dello sport sardo e il rafforzamento del senso d'appartenenza per la nostra terra. Vorremmo chiamare a raccolta i migliori cestisti e cestiste sarde sparsi in giro per l'Italia, dando loro una “finestra” in cui poter giocare assieme e creare un gruppo. Una vera e propria nazionale a tutti gli effetti. Un altro aspetto fondante è l’idea di poter dare ai nostri atleti, penso a quelli che magari giocano nelle serie minori, una possibilità di confronto internazionale che altrimenti sarebbe pressoché impossibile. Crediamo che questo possa soltanto giovare alla crescita di tutto il movimento. Non vogliamo porci in contrapposizione con nessuno, anzi. Vorremmo che la nazionale fosse di tutti: dalla più piccola e sperduta società dell'entroterra sino alla Dinamo».

Simboli, inno (“Su patriotu sardu a sos feudatarios”) e staff tecnico-dirigenziali sono pronti. Ora manca l’ultimo passo: formare la squadra. Secondo il codice di autoregolamentazione, sono eleggibili atleti, sia professionisti sia dilettanti, che siano nati e vivano in Sardegna; che, pur essendo nati altrove, abbiamo vissuto o vivano in Sardegna da almeno 8 anni; siano figli o discendenti (anche se non residenti in Sardegna) da emigrati sardi di seconda generazione.

Il panorama degli atleti convocabili è ampio, con suggestioni grandi e addirittura grandissime, se si considera che la militanza nella nazionale italiana (o in un’altra) non rappresenta un problema. E dunque si può già sognare un quintetto di alto livello con Marco Spissu play, Massimo Chessa guardia, Sasha Grant e Gigi Datome come ali e magari il giovanissimo Brambilla come lungo, oltre magari a Dario Zucca ed Ezio Gallizzi e a “naturalizzati” come Jack Devecchi e Brian Sacchetti. Senza contare la “prossima generazione”, che potrebbe avere a disposizione figli d’arte nati in Sardegna. I primi nomi che vengono in mente (Diener, Vanuzzo, Gentile) sono fanno già venire i brividi. Un passo alla volta, certo, ma intanto le basi sono già state poste.

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