Fugge dalla guerra, l’ucraina Monzul ora arbitra nella A femminile italiana
MILANO. Il fischietto in bocca, la divisa da arbitro e 22 giocatori da dirigere per 90': quello che fino a poche settimane fa era la normalità per Kateryna Monzul, ora acquista un'importanza quasi...
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MILANO. Il fischietto in bocca, la divisa da arbitro e 22 giocatori da dirigere per 90': quello che fino a poche settimane fa era la normalità per Kateryna Monzul, ora acquista un'importanza quasi esistenziale. È scappata dalla guerra in Ucraina soli pochi giorni fa, l'Italia si è mobilitata per trovarle un alloggio e per concederle un po’ di normalità designandola per una partita di calcio femminile. E così ieri , a Milano, ha diretto Inter-Sampdoria, scendendo in campo avvolta dalla bandiera dell'Ucraina.
«Gli uomini – racconta Luciano Luci, presidente del dipartimento arbitraggio Federazione Ucraina seduto in tribuna – non possono lasciare il Paese, donne e bambini sì, e Kateryna è riuscita ad andare via insieme alla sorella e alla nipotina. Grazie a Rosetti siamo riusciti a trovarle un alloggio e siamo riusciti a farla tornare ad arbitrare. Questa tra Inter e Sampdoria è la prima partita, per lei è molto importante. È un primo tassello».
La Monzul preferisce per ora non parlare, il dolore è enorme. Ha dovuto lasciare Charkiv, una delle città più importanti dell'Ucraina, martoriata dalle bombe russe. Il suo compagno è rimasto in Ucraina, non è potuto scappare. Gli uomini alla frontiera vengono rimandati indietro. La Monzul ora è a Torino con la sorella e la nipote, con il cuore però che resta lontano, perché pur avendo da sempre girato il mondo per impegni professionali, questo viaggio ha il sapore amaro della guerra.
Tornare ad arbitrare è stato un momento fondamentale, ma le ferite restano aperte. «Non credo che stia bene, gli ucraini si portano dentro le emozioni. Ma sto male io, figuriamoci lei», racconta Luci. Anche lui ha vissuto la guerra, era a Kiev per presentare la Var: «Mi ha svegliato il primo missile alle 5 della mattina. Sono andato a fumare una sigaretta in terrazza ed è arrivato il secondo missile. A quel punto ho deciso di partire con i miei collaboratori». Intanto la Monzul tornerà presto anche a vivere il calcio internazionale, perché è stata selezionata per dirigere un quarto di finale di coppa europea femminile. Poi Aia e Figc decideranno come introdurla negli organici, lei che ha arbitrato la finale del Mondiale femminile e diretto normalmente gli uomini come Shakhtar Donetsk e Dinamo Kiev. Può essere equiparata ai fischietti maschili e lo si vede da come ha gestito la partita, autorevole senza essere protagonista. Decisa nel rivolgersi alle giocatrici, lasciando correre il gioco senza fischiare troppo sui contrasti dubbi. Un debutto perfetto il 4-3 tra Inter e Sampdoria, poi l'omaggio della squadra blucerchiata, una maglia con la scritta “we stand for peace”. Il calcio che unisce, aiuta e prova a regalare un po’ di normalità.
«Gli uomini – racconta Luciano Luci, presidente del dipartimento arbitraggio Federazione Ucraina seduto in tribuna – non possono lasciare il Paese, donne e bambini sì, e Kateryna è riuscita ad andare via insieme alla sorella e alla nipotina. Grazie a Rosetti siamo riusciti a trovarle un alloggio e siamo riusciti a farla tornare ad arbitrare. Questa tra Inter e Sampdoria è la prima partita, per lei è molto importante. È un primo tassello».
La Monzul preferisce per ora non parlare, il dolore è enorme. Ha dovuto lasciare Charkiv, una delle città più importanti dell'Ucraina, martoriata dalle bombe russe. Il suo compagno è rimasto in Ucraina, non è potuto scappare. Gli uomini alla frontiera vengono rimandati indietro. La Monzul ora è a Torino con la sorella e la nipote, con il cuore però che resta lontano, perché pur avendo da sempre girato il mondo per impegni professionali, questo viaggio ha il sapore amaro della guerra.
Tornare ad arbitrare è stato un momento fondamentale, ma le ferite restano aperte. «Non credo che stia bene, gli ucraini si portano dentro le emozioni. Ma sto male io, figuriamoci lei», racconta Luci. Anche lui ha vissuto la guerra, era a Kiev per presentare la Var: «Mi ha svegliato il primo missile alle 5 della mattina. Sono andato a fumare una sigaretta in terrazza ed è arrivato il secondo missile. A quel punto ho deciso di partire con i miei collaboratori». Intanto la Monzul tornerà presto anche a vivere il calcio internazionale, perché è stata selezionata per dirigere un quarto di finale di coppa europea femminile. Poi Aia e Figc decideranno come introdurla negli organici, lei che ha arbitrato la finale del Mondiale femminile e diretto normalmente gli uomini come Shakhtar Donetsk e Dinamo Kiev. Può essere equiparata ai fischietti maschili e lo si vede da come ha gestito la partita, autorevole senza essere protagonista. Decisa nel rivolgersi alle giocatrici, lasciando correre il gioco senza fischiare troppo sui contrasti dubbi. Un debutto perfetto il 4-3 tra Inter e Sampdoria, poi l'omaggio della squadra blucerchiata, una maglia con la scritta “we stand for peace”. Il calcio che unisce, aiuta e prova a regalare un po’ di normalità.
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