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Ecco come un Angelo sardo ha portato il tennis in paradiso

di Roberto Muretto
Ecco come un Angelo sardo ha portato il tennis in paradiso

Il cagliaritano Binaghi da 22 anni guida la Fitp con numeri sempre in crescita: «Il nostro bilancio è quasi il triplo di quello del Coni, ho ancora tanto da dare»

12 aprile 2023
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Cagliari Giulio Andreotti diceva: «Il potere logora chi non ce l’ha». Angelo Binaghi siede da 22 anni sul trono della Fitp. L’ingegnere cagliaritano, 62 anni. è un dirigente longevo. Con lui alla guida la federazione ha fatto passi da gigante. I numeri premiano il suo lavoro. Stanco? Nemmeno per sogno. Sono ancora tanti i traguardi da tagliare e Binaghi ha intenzione di restare in sella.

Presidente, qual è lo stato di salute del tennis italiano?

«Il tennis è in crescita, il padel un' esplosione. Quest'ultimo è un fenomeno sociale oggetto di studi. La federazione è governata da dirigenti dilettanti, stiamo scoppiando. Da un po’ assumiamo competenze sul mercato. Abbiamo comprato la nuova sede federale che riunisce sotto lo stesso tetto la società di servizi, il comitato regionale del Lazio e la tv. Ci siamo aggiudicati per 5 anni i diritti televisivi dell’Us Open che trasmetteremo in chiaro».

Il movimento sardo come sta?

«Anche nell'isola numeri in crescita. Solo il calcio ha più tesserati di noi. Siamo trainati dal padel».

Tra poco Cagliari ospiterà un torneo Atp, diventerà sede fissa?

«Ce l'abbiamo e va coltivato. In Sardegna si gioca il torneo più grande disponibile sul mercato mondiale, al quale partecipano la metà dei primi 150 giocatori al mondo. Bisogna fare quello che noi abbiamo fatto con gli Internazionali d'Italia: stavano fallendo, gli abbiamo fatti crescere. Credo che in un arco di tempo medio-lungo un torneo Atp 250 avrà sede stabile nell'isola».

Sinner ha fatto il salto di qualità?

«È un dato di fatto. La vittoria con Alcaratz a Miami ha sancito che è tra i primi tre-quattro al mondo. Lui, Djokovic, Alcaratz e Medvedev. Jannick, però, è quello che ha i maggiori margini di crescita».

Le male lingue dicono che l'amore con Melissa Satta sta condizionando la carriera di Berrettini.

«Momenti che capitano, non ha dimenticato come si gioca. Forse sono stati fatti errori di programmazione, rimane e resta un campione. Il resto sono chiacchiere senza senso».

Internazionali d'Italia al top o si può migliorare ancora?

«Un dato: la prevendita è in aumento del 51 per cento. Il torneo durerà quattro giorni in più. Cresceremo anche nei prossimi anni trascinati dal boom complessivo. Sopra di noi solo i tornei del Grande Slam. Chissà in futuro che anche Roma non lo diventi».

L’algherese Lorenzo Carboni è una promessa del tennis?

«Mi hanno detto che gioca molto bene. Dal vivo non l'ho ancora visto».

Lei è presidente della Fit, ora Fitp, da 22 anni, ha lo stesso entusiasmo di quando ha cominciato?

«Il problema di questi vent'anni è che siamo stati travolti da eventi eccezionali e straordinari. Abbiamo risanato, rilanciato, è stata una corsa e non c'è stato un attimo di pausa per riflettere e per goderci quanto fatto».

Sia sincero, ha mai pensato: mi sono stancato, basta?

«L'unica cosa che mi frena sono i problemi di salute per troppo stress. Ogni tanto quando sono affaticato mi preoccupo e penso di fermarmi. Poi vedo che ho la possibilità di disegnare il nostro futuro e vado avanti».

In generale, pensa di avere più amici o più nemici?

«Più invidiosi, è una terza categoria. Abbiamo 650 mila tesserati e tutti pensano che sono e siamo fortunati. Sono vaccinato, vengo da una regione nella quale l'invidia è lo sport principale».

Il segreto per stare così tanti anni al vertice di una federazione?

«Noi sardi siamo schivi, riservati, non amiamo le passerelle. Ecco perchè spesso ho delegato. Faccio una premiazione all'anno: quella degli Internazionali. Passo molte ore in ufficio. La visibilità non mi interessa. La mia longevità dirigenziale forse è dovuta al fatto che ho sempre tenuto un profilo basso».

Qualcosa di suo contro cui deve combattere?

«Spesso mi viene voglia di mandare questo o quello a quel paese. I collaboratori mi ricordano il mio ruolo e mi tranquillizzo. Ricevo richieste incredibili, che non posso soddisfare, per questo devi fare il carabiniere dalla mattina alla sera».

Ha fama di essere uno duro, sa anche commuoversi?

«Sì. La Schiavone in finale al Roland Garros, la prima Fed Cup in Belgio, Berrettini a Wimbledon sono state emozioni fortissime. Però non piango».

Se la ricorda la prima volta su un campo da tennis?

«Alla Torres Sassari contro Robertino Porcu, avevamo 8-9 anni. Ho vinto io. Giocammo su quello che ora è un campo coperto. Alla Torres mi sono sempre sentito a casa, ho un ricordo straordinario dell'affetto ricevuto da quel circolo. Il nostro sport ha base di educazione superiore agli altri».

Segue altri sport oltre al tennis?

«In giovane età ho giocato a basket da play, poi golf e calcio a livello amatoriale. Ero attaccante e forte di testa. Mi piace il rugby anche se non ho capito tutte le regole».

Le è piaciuta l'idea di intitolare il nuovo stadio del Cagliari a Gigi Riva?

«C'è un solo precedente: sono stato io a chiedere all'allora presidente del Coni Petrucci di intitolare lo stadio del Foro Italico a Nicola Pietrangeli, unico intestato ad un ex atleta in vita. Sono contento per Gigi e la mia città».

Il calcio le piace?

«In tv non lo guardo ma quando posso vado a vedere il Cagliari».

I rossoblù torneranno in serie A?

«Adesso giocano bene, con Ranieri è cambiato tutto. Faremo i playoff, saranno altre emozioni forti».

Stringerebbe la mano a Panatta?

«All'atleta certamente sì, ma mi fermo qui».

Da bambino il suo idolo era?

«Mi sono commosso guardando il film di Gigi Riva. Sono cresciuto nel suo mito, mi ha insegnato molto sul piano comportamentale. In campo e fuori è stato un esempio per la mia generazione. Eravamo spugne pronti a raccogliere i suoi atteggiamenti di alto spessore umano e sportivo che ha avuto in quegli anni. Con lui ho giocato a tennis, gli era venuta la mania dopo che ha appeso le scarpette al chiodo. Si adirava come una iena quando sbagliava».

È sempre dell'idea che non si candiderà alla presidenza del Coni?

«Io sono nato sul campo da tennis. Oggi il nostro bilancio è due volte e mezzo rispetto a quello del Coni. C'è tanto da fare per fare ancora crescere il nostro movimento. Noi abbiamo creato un sistema che premia solo i meriti e valorizza le competenze».

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