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L'intervista

Pes stella di bronzo del Coni: «Così ho fatto volare l’handball»

di Antonello Palmas

	Zucchi Pastor e Antonio Pes mostrano i tanti trofei vinti
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Zucchi Pastor e Antonio Pes mostrano i tanti trofei vinti

L’ex dirigente di pallamano tra i premiati nella cerimonia in programma a Quartu: «Diplomazia, rapporti umani e un po’ di fattore C dietro i miei tanti successi»

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Sassari È tempo di benemerenze per il Coni regionale, che domani al l T Hotel consegnerà le sue “Stelle” ai personaggi dello sport che si sono distinti per i risultati (“Stelle al merito atletico”) o per la carriera (“Stella al merito sportivo”). Tra queste c’è anche Antonio Pes, sassarese, 73 anni, che sarà premiato con il bronzo. Per capire come nasca una di queste ultime abbiamo ripercorso con lui la sua storia di dirigente della pallamano, che ha contribuito a lanciare e nel quale ha vinto tanto e a lungo.

L’epopea di Piazza d’Italia. «Tutto iniziò al liceo dove ebbi come prof di eduzione fisica un certo Piero Cuccu – racconta Pes – . Con lui si creò subito un grande rapporto e quando rientrò da Formia dove ave va partecipato a un corso di pallamano con Gigi Santoru e Ermanno Iaci, venne a trovarmi in ufficio (lavoravo nell’attività di famiglia) per propormi la disponibilità a diventare presidente di una società. All’inizio rifiutai, non sapevo nemmeno cosa fosse quella disciplina, poi dato che mio padre mi garantiva un aiuto e c’era la possibilità di far giocare 4 forti studenti tedeschi iscritti in Medicina a Sassari, accettai. Nasceva l’Hc Sassari». Mancava tutto, ma non la passione, e così si giocava in Piazza d’Italia. «Ricordo che gli arbitri si cambiavano nel bar Agnesa – dice Pes – fu un successo inaspettato, in migliaia la domenica mattina seguivano le gare». Un fenomeno incredibile.

La Maradona dell’handball. Dopo un periodo in cui ricoprì ruoli federali, nominato come primo presidente del comitato sardo da Concetto Lo Bello, il famoso arbitro internazionale allora a capo della Figh, rilevò nell’83-84 la Palestra Usai, retrocessa in B, ma nella quale intravedeva grosse possibilità.«Divenne Quattro Mori, e dopo la promozione, con fuoriclasse come Tetti e Vidovic, e un paio d’anni di ambientamento, con la sponsorizzazione Chirmed si fece il salto di qualità: cominciarono le partite nelle Coppe europee, arrivarono grandi atlete come Gitzl, Carciotti». Ma il vero colpo fu l’arrivo di Svetlana Kitic: «Riuscii a portare a Sassari l’atleta più forte di tutti i tempi, un vero personaggio nel suo Paese, la Jugoslavia, che poi divenne anche ministro dello sport in Serbia. Come ho fatto? Le esposi i programmi e riuscii a esser convincente. Fece innamorare Sassari di questo sport. È rimasta molto legata alla città e a me. Tornò come madrina nel 2017 per la festa dei 40 anni della pallamano».

L’era degli scudetti. Se quello della Chirmed è un periodo mitico, i successi per Pes sono arrivati più tardi. Il movimento stava attraversando un periodo non facile e rischiava di finire tutto: «Barbara Tetti divenuta allenatrice mi convinse a rientrare allestendo una squadra che puntasse alla A. Nel 2002, con allenatore Luigi Passino, arrivò la prima Coppa Italia (con una squadra zeppa di sassaresi, ndc), l’anno dopo insieme alla coccarda arrivò anche il primo scudetto. Fu il primo di una lunga serie. In tutto quella squadra col nome di Edilcinque, poi Florgarden, vinse sei scudetti, sei Coppe Italia, 4 Supercoppe italiane, un Handball Trophy, raggiungendo i quarti in Ehf Cup e in Challenge Cup, oltre a 3 scudetti nel beach».

La beffa di Rostov. Infinito l’elenco delle campionesse che hanno vestito quella maglia, da Pistelli a Chernova, da Takacs a Solaja, da Cucca a Onnis, da Pastor alla russa Bobrovnikova. «A proposito di quest’ultima, quando ho visto le immagini tv da Rostov di questi giorni, mi è venuto in mente di quando giocammo laggiù in Coppa. La sera un dirigente russo mi portò negli uffici per farmi assaggiare una loro grappa tipica, ma si trattava di una mossa per distrarmi mentre altri avvicinavamo la mia atleta, offrendole cifre pazzesche e anche un appartamento in regalo pur di giocare con loro. E l’anno dopo vinsero il campionato». Tra i personaggi che hanno spopolato “Peslandia “ anche molti tecnici di grido: «Come Milorad Milatovic, ex allenatore della nazionale jugoslava. Subentrò in un momento non felice, eravamo a metà classifica e ricordo la prima chiacchierata che fece con le ragazze: «D’ora in poi dobbiamo vincere tutto». Io pensai: ma questo cosa sta dicendo? Invece fu così convincente che vincemmo 14 gare di fila, contro squadroni come Dossobuono, Salerno, Ferrara. Ma ricordo con piacere anche Dumnic, Kljajic, il nuorese Roberto Deiana». Tra i meriti di Pes avere contribuito a lanciare il beach handball italiano ai vertici mondiali grazie alle atlete della sua squadra.

Caduta e rinascita. Poi l’era del Pes dirigente è finita, perché? «Per raggiungere certi traguardi occorrono budget importanti, le ragazze di fatto lavoravano a tempo pieno per il club. Nel 2013 ho mollato dopo un contenzioso con la Regione che aveva promesso determinati contributi. Purtroppo a volte quando vinci crei gelosie e invidie e c’è chi cerca di metterti il bastone tra le ruote». Un movimento che sembrava finito solo pochi anni fa ha ripreso a viaggiare bene: «La festa dei 40 anni della pallamano è stata la scintilla che ha dato a Giordo &Co la scintilla per provare a scalare la montagna con la Raimond, e non è casuale che abbiano scelto il nome Hc Sassari. La Verdeazzurro è diventata una realtà importante come la Lions» dice Pes.

Il segreto del successo. Pochi sono riusciti a essere vincenti come Antonio Pes, che ha fatto conoscere Sassari in tutta Europa, ottenendo risultati ogni volta che è sceso in campo: «Ho sempre trovato persone disponibili – spiega Pes, che nell’ambiente tutti chiamano “il Presidente” – e ancora oggi sono legato a tante persone di quel periodo, diplomazia politico-sportiva ma più che altro umana. Mi hanno sempre detto che nel coltivare rapporti umani ho dimostrato di avere delle capacità. Anche con gli arbitri e i giudici di gara ho sempre avuto buoni rapporti e magari psicologicamente erano portati a non avere un atteggiamento eccessivamente severo in certe situazioni, che è ciò che a volte frena un certo tipo di atlete…. E poi… forse il “lato C” mi ha sempre dato una mano, senza quello non si vince quello che ho vinto io».

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