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L’intervista

Livio Berruti “l’angelo”, campione olimpico di Roma 1960 si racconta: «Correvo leggero, mai ossessionato dal successo»

di Andrea Sini
Livio Berruti “l’angelo”, campione olimpico di Roma 1960 si racconta: «Correvo leggero, mai ossessionato dal successo»

Il leggendario sprinter parla della sua carriera, la simpatia per Sinner, il rapporto speciale con Filippo Tortu

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«Ho sempre affrontato le gare e la vita con grande curiosità. Avevo un modo di correre totalmente spontaneo, naturale, e le vittorie erano semplicemente un corollario al mio stile di corsa». Lo chiamavano “l’angelo”, perché per la leggerezza e la grazia della sua falcata sembrava che i suoi piedi neanche toccassero la pista. La planata lunga 200 metri sulla pista dello stadio Olimpico di Roma, ai Giochi del 1960, è il capolavoro che l’ha reso immortale e ancora oggi, sulla soglia degli 87 anni, Livio Berruti riesce a volare leggero persino sui ricordi.

Signor Berruti, come vive la sua vecchiaia?

«La vivo meglio se mi chiamano Livio e mi danno del tu».

Affare fatto. Come va, Livio?

«Il mio ottimismo di stampo voltairiano mi fa rispondere che nonostante sia costretto a muovermi con un deambulatore per una debolezza del mio apparato motorio, non mi lamento visto che tutti gli altri apparati funzionano bene. Soprattutto a tavola, devo dire».

Avere problemi di deambulazione è la nemesi per un atleta leggendario come te.

«Sono gli strascichi di un vecchio incidente automobilistico, con gamba destra e bacino fratturati, e poi un’imponente infezione a livello lombo-sacrale degli ultimi anni. La considero una specie di vendetta della storia, visto che la corsa era la mia passione».

Nessuna nostalgia?

«Vivo la vecchiaia con serenità e con la curiosità che ha sempre rappresentato la molla della mia vita e di quella di ogni giovane. Quando la perdi diventi vecchio. Ricordo con piacere il passato, però senza nostalgia perché ho sempre guardato avanti».

Oggi come trascorri il tuo tempo?

«Sono presidente della Fondazione Arte Nova, che ha come finalità la diffusione e la promozione della cultura Liberty e Art Nouveau. Un movimento artistico che mi appassiona perché ricco di curve armoniose, e la mia Torino è piena di questi edifici».

Ti piaceva quel soprannome impegnativo, “l’angelo”, che ti diedero quando gareggiavi?

«Lo trovavo divertente. Non mi rendevo conto che il mio modo di correre, per me così spontaneo e naturale, si differenziava da quello degli avversari. Ho sempre praticato diversi sport, a livello occasionale, per dare sfogo al mio surplus energetico, dal pattinaggio a rotelle e sul ghiaccio, allo sci».

Come te la cavavi sulla neve?

«Riporto qui la sentenza che mi diede una volta Alberto Tomba: “col tuo stile a bidet sei out”».

La tua passione era l’atletica.

«Neanche per sogno: la passione vera riguardava il tennis, teatro di veloci discese a rete, che erano la mia maggiore soddisfazione. E il tennis è il responsabile della mia avventura in atletica: quando frequentavo il liceo classico Cavour di Torino, un mio compagno mi vide correre ai campionati interni della scuola. E così gli venne l’idea di propormi di iscrivermi al Gruppo Sportivo Lancia per fare una staffetta 4x100 vincente».

Amore a prima vista?

«Insomma. Io accettai soprattutto perché sapevo che il G.S. Lancia aveva ottimi campi da tennis e avrei potuto giocare gratis. Invece purtroppo mi fecero fare una gara sui 100 metri, la vinsi e così cominciò la mia avventura sportiva».

Come hai vissuto quell’avventura sulle pista di tutto il mondo?

«Con divertimento, sempre. Mai con ossessione. Forse anche per questo ho solo bei ricordi. Affrontavo con curiosità ogni gara e la vittoria era un corollario al mio modo di correre».

È vero che vendendo la medaglia olimpica di Roma ’60 acquistasti un’auto nuova?

«Le cose sono andate in questo modo. Per la vittoria olimpica il Coni mi diede un milione e duecentomila lire: 800mila per la vittoria e 400mila per il record del mondo. La Fiat mi regalò una 500, come a tutti gli italiani che vinsero la medaglia d’oro: fummo in tutto 13. Ma non mi accontentai».

Cioè?

«Poiché amavo la velocità in tutte le sue espressioni, andati all’Alfa Romeo e acquistai una Giulietta Sprint: al tempo costava 2 milioni di lire. La pagai un milione e ottocentomila lire per lo sconto del 10 per cento fattomi dall’azienda».

A parte i premi legati alle vittorie più importanti, soldi nel mondo dell’atletica non ne giravano tanti. È così?

«Quegli anni sono stati gli ultimi nei quali venne applicato un dilettantismo quasi maniacale. La parola sponsor era praticamente inesistente e gareggiavi solo con il rimborso delle spese di viaggio».

Niente scarpe griffate con contratti milionari...

«Pensa che in quelle Olimpiadi mi presento in pista per correre la semifinale, quella in cui faccio il primo record mondiale, utilizzando scarpette Adidas e calzini completamente bianchi. E 2 ore dopo torno in pista per la finale utilizzando le scarpette più rigide e più pesanti della Vallesport di Padova».

C’era qualche ragione particolare?

«Soltanto il banalissimo motivo che erano completamente bianche e io ero l’unico finalista ad usarle».

Diverso dagli altri anche in questo... Ed è vero che tra la semifinale e la finale di quei leggendari 200 andasti a rilassarti con un libro e un’aranciata?

«Andò così: quando dopo aver corso la semifinale mi venne comunicato il tempo, mi venne quasi un colpo. Mi preoccupai talmente tanto di avere speso troppe energie, che mi venne il timore di non poterle recuperarle in tempo per la finale. Che, appunto era 2 ore più tardi».

Cosa avvenne?

«Commisi un errore che poteva davvero compromettere la gara: invece di scendere in pista un’ora prima per riscaldare i muscoli rimasi nello spogliatoio. E in effetti sì, mi misi a sorseggiare un’aranciata e a leggere un libro».

Ricordi che libro?

«Sì, era un libro di chimica. Al tempo frequentavo il secondo anno dall’Università di Padova. È evidente che lo feci soltanto per allentare le tensioni del momento. Fatto sta comunque che scesi in pista soltanto 15 minuti prima della partenza, suscitando stupore negli avversari».

Di recente hai definito la curva dei 200 come un’esperienza “erotica”. In che senso? «Correre in curva mi dava una piacevole sensazione di libertà, di armonia e di vittoria sulla forza centrifuga».

L’amicizia con Wilma Rudolph, atleta di colore, ha fatto epoca. Già allora sostenevi che lo sport fosse avanti di 50 anni rispetto alla società. Evidentemente anche tu lo eri.

«Con Wilma Rudolph ho semplicemente applicato le regole fondamentali dello sport, totale assenza di discriminazioni ideologiche, etniche, confessionali ed economiche».

Segui l’atletica di oggi e gli altri sport?

«Lo sport di oggi è molto bello da vedere. Penso ai droni, con i quali la tv fa miracoli. Ma è frastornato da una monetizzazione selvaggia ed è molto più selettivo da un punto di vista morfologico e di stile di vita».

C’è uno sportivo di un’altra disciplina che ti emoziona e ti porta a incollarti davanti alla tv ? «Senza dubbio Jannik Sinner: è il campione che prediligo sia in campo che fuori campo».

Hai anche un rapporto speciale con Filippo Tortu, che tra l’altro ti cita spesso come idolo ed esempio. Pensi che possa ritrovare lo smalto di qualche anno fa?

«Filippo rappresenta la faccia bella e ideale dell’atletica. Morfologicamente e spiritualmente ha tutte le carte in regola per essere primattore, ma finora non è riuscito ad esprimere le sue potenzialità. Purtroppo con le curve poi non ha quel rapporto di complicità tipica che ha accompagnato me in pista, ma faccio il tifo per lui».

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