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Emanuele Rotondo: «Dinamo, è il momento di tirare fuori l’orgoglio»

di Andrea Sini
Emanuele Rotondo: «Dinamo, è il momento di tirare fuori l’orgoglio»

L’ex capitano carica i sassaresi: «Ci stiamo giocando la A1, una categoria conquistata dopo una vita. Devi andare in campo e lasciarci tutto, anche i pantaloncini»

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Sassari «Non è il momento dei se e dei ma, delle critiche e della conta degli errori. Io dico che la Dinamo si può ancora salvare ma è il momento che la squadra tiri fuori l’orgoglio, il sudore e tutto quello che ha».

Domenica scorsa Emanuele Rotondo ha sofferto come tutti gli altri spettatori del PalaSerradimigni di fronte al pietoso spettacolo offerto da Desure Buie e compagni. Il leggendario ex capitano della Dinamo, che nel 2005 a Faenza regalò la salvezza ai sassaresi segnando 8 punti negli ultimi 100 secondi dell’ultima partita del campionato di A2, ha le idee chiare su quello che sta accadendo in casa biancoblù.

Che partita ha visto?

«Domenica si sono viste in campo due squadre agli antipodi per spirito e atteggiamento – dice Rotondo, recordman assoluto di punti con la canotta del Banco –. La Reyer in piena fiducia, gioca a memoria, gioca in dieci e faceva il campo in tre passi. Dall’altra parte la Dinamo, impaurita, arrendevole, confusa. Mi aspettavo di più, onestamente: se ti stai giocando tutto, di fronte a una posta in palio così importante non puoi accettare con arrendevolezza quello che avviene in campo. Mi sarei aspettato una guerra, perché se ti devi salvare dove non arrivi con la tecnica hai il dovere di provarci con qualsiasi cosa. E questo indipendentemente dalla prova di forza di Venezia».

Qual è il problema principale della Dinamo?

«Per me il non crederci e accettare la situazione che si è creata. Si sono viste situazioni di gioco non costruite, forzature, poche idee. Non c’era la furia storica della Dinamo: storicamente quando le cose si mettono male la squadra si è sempre esaltata, anche con l’aiuto del pubblico. L’altra sera, quando siamo risaliti sul -10, -8, ho pensato: adesso partiamo e la ribaltiamo. Invece non è successo. Al di là della forza degli avversari, in queste partite sopperisci al gap tecnico con la disperazione che ti porta ad andare oltre i limiti».

Ora ci sono due settimane che andranno gestite nel migliore dei modi. Serve serenità o severità?

«Quando perdi tante volte, anche solo mettere piede in palestra e ritrovare motivazioni non è semplice. Il giocatore tende a deprimersi e ad abituarsi agli errori. Ormai però la tecnica conta sino a un certo punto, bisogna fare leva sull’orgoglio e sulla matematica che non ci condanna. Finché ci sarà una sola possibilità di salvarsi bisogna fare di tutto. Chi se ne frega se di fronte ci sarà la Virtus Bologna o il Paok Salonicco: ci stiamo giocando la A1, una categoria conquistata dopo una vita. Devi andare in campo e lasciarci tutto, anche i pantaloncini. Bisogna fare quadrato e fare leva sull’orgoglio dei singoli e del gruppo: se si retrocede è una svalutazione per tutti: per la società, per la città, ma anche per i singoli giocatori, americani compresi».

Come venne gestita la settimana prima di quella storica gara a Faenza contro Imola?

«Era una situazione diversa. Sembravamo brutti ma ci tenevamo tanto e avevamo un gruppo di italiani che pur di non perdere la categoria sarebbero stati disposti a tutto. Era una stagione iniziata storta, ma dentro lo spogliatoio ci siamo convinti che non eravamo così male e che quella partita era alla nostra portata. Fu bravo anche l’allenatore, Giorgio Valli, che aveva responsabilizzato alcuni giocatori, facendo leva sulle motivazioni di ognuno. Abbiamo fatto quadrato, tutti hanno dato il massimo e ci siamo salvati. Anche ora si può fare, senza perdere tempo a recriminare sui se e i ma: bisogna tirare fuori l’orgoglio».

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