L’Italia è fuori, ma il Mondiale di calcio è pieno di italiani: da Ancelotti brasiliano all’Argentina “azzurra” – Voi per chi tiferete?
I nostri calciatori guarderanno il torneo dal divano, ma tra ct nostrani, talenti italoargentini e stelle cresciute in Serie A il torneo iridato 2026 avrà comunque un forte accento tricolore
Sassari Il Mondiale comincia senza l’Italia, e già questa basterebbe come nota dolente. Ma per chi non vuole passare giugno e luglio a guardare il pallone con il muso lungo, una via di fuga esiste: cercare l’Italia dove l’Italia ufficiale non c’è. Sulle panchine, nei cognomi, nelle storie familiari, nei passaporti calcistici, nei fili lunghi dell’emigrazione.
Il primo appiglio è gigantesco: Carlo Ancelotti. Il Brasile, cioè la nazionale più brasiliana del mondo, si presenta al Mondiale con un ct italiano. Non un italiano qualsiasi, ma l’uomo delle Champions, delle sopracciglia alzate e della calma olimpica anche quando intorno crolla lo stadio. È lui il volto più forte dell’Italia “in prestito” al torneo. E non è solo: tra gli allenatori ci sono anche Vincenzo Montella alla guida della Turchia e Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Tre ct italiani in un Mondiale senza Italia: già questo sembra uno scherzo crudele, ma almeno offre una piccola rivincita narrativa.
Poi c’è l’Argentina, la vera candidata al ruolo di nazionale-consolazione. Non solo perché il legame storico con l’Italia è profondissimo: milioni di argentini hanno origini italiane e la cultura del Paese è impregnata anche di migrazioni, cognomi, cucina e memoria familiare arrivati dalla Penisola. Ma anche perché nella lista preliminare dei campioni del mondo compaiono nomi che, letti da un italiano, sembrano usciti da un campionato di Serie A allargato.
C’è Lautaro Martínez, che in Italia gioca davvero, con l’Inter. Ci sono Nicolás Tagliafico, Germán Pezzella, Lucas Martínez Quarta, Marcos Senesi, Giuliano Simeone, Máximo Perrone, Gianluca Prestianni, Mateo Pellegrino. E poi Lionel Messi, il cognome che non ha bisogno di traduzioni calcistiche. Non tutti questi nomi consentono di certificare automaticamente un’origine italiana: il cognome da solo non è una prova anagrafica. Ma come mappa sentimentale funziona eccome. L’Argentina è probabilmente la squadra in cui un tifoso italiano può riconoscere più tracce familiari, più suoni conosciuti, più pezzi di un romanzo migratorio che attraversa l’Atlantico da oltre un secolo.
Il gioco può continuare anche altrove. In Francia c’è Marcus Thuram, nato calcisticamente dentro una dinastia che in Italia conosciamo bene. Nella Turchia di Montella giocano elementi di Serie A o passati dall’Italia come Zeki Çelik e Hakan Çalhanoğlu. Nella Colombia compaiono Juan Cabal alla Juventus e Juan Cuadrado al Pisa. Non sono “italiani”, ma sono facce e nomi che il pubblico italiano ha imparato a conoscere nei propri stadi.
La morale, allora, è semplice: l’Italia non sarà al Mondiale, ma il Mondiale non riuscirà a liberarsi del tutto dell’Italia. Sarà un’Italia dispersa, laterale, un po’ clandestina e un po’ malinconica. Un’Italia seduta sulla panchina del Brasile, aggrappata ai cognomi argentini, infilata nelle rose di chi gioca o ha giocato in Serie A.
Per chi non prova rancore nei confronti degli ultimi rivali dell'Italia, quelli che ci hanno eliminato, c'è anche la Bosnia di Edin Dzeko, il cigno di Sarajevo con trascorsi nella Roma, nell'Inter e nella Fiorentina che a 40 anni guiderà la sua giovanissima nazione (il primo match ufficiale è stato giocato nel 1995) a caccia del sogno Mondiale.
E se proprio bisogna scegliere una nazionale da adottare, la risposta più naturale porta a Buenos Aires: l’Argentina. Non sarà l’Italia ripescata, ma è forse la cosa che più le assomiglia quando il calcio diventa memoria, famiglia e consolazione. E voi per che nazionale farete il tifo?
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