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L’intervista

Rick Fois, dai campetti di Olbia al titolo Nba: «Ho portato con me i sogni di tantissimi ragazzi sardi»

di Andrea Sini
Rick Fois, dai campetti di Olbia al titolo Nba: «Ho portato con me i sogni di tantissimi ragazzi sardi»

L’assistente coach dei New York Knicks racconta l’impresa che lo ha portato sul tetto del mondo

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Sassari «Mi avevano detto: dopo che vinci un titolo Nba, poi in quella città non pagherai più neanche un caffè. Invece stamattina sono uscito per fare colazione, nessuno mi ha riconosciuto e ho pagato come sempre. Forse anche di più». Riccardo Fois, ormai per tutti Rick, non riesce a prendersi sul serio neppure dopo essere salito sul tetto del mondo della palla a spicchi con i New York Knicks. L’allenatore olbiese, classe 1987, ha appena iniziato a tirare il fiato dopo diverse settimane vissute a tutta velocità nel “frullatore” dei playoff.

Davvero un componente dello staff dei Knicks campioni Nba non è una star della Grande mela?
Sì, certo. E questo dimostra che quasi tutto il merito resta dei giocatori e dell’organizzazione».

E lo staff?
«Io sono un mattoncino all’interno di una macchina estremamente complessa nella quale le star, giustamente, sono i giocatori».

Com’è vincere un titolo Nba da bordo campo?
«Bellissimo, anche perché tutti noi conosciamo il nostro percorso e sappiamo come siamo arrivati a ritrovarci lì. Ecco, io sono estremamente orgoglioso di quello che sto facendo ma penso di essermi soprattutto trovato nel posto giusto al momento giusto. C’è gente che fa questo lavoro per una vita e non riesce a raggiungere nessun obiettivo».

Lei, nonostante la giovane età, era già alla seconda finale Nba.
«Esatto, quando ero ai Phoenix Sun. Quando giochi i playoff in un qualsiasi campionato, trascorri tutto il tempo a pensare a tutte le maniere possibili per vincere ma pensi anche a tutti i modi nei quali puoi perderli. Nei playoff e nelle Finals si va avanti così, si va avanti alla giornata e alla fine, comunque sia andata, ti rendi conto veramente di quanto è stato difficile arrivarci».

E se vinci è meglio...
«Ovviamente, perché ognuno di noi è ambizioso e si lavora ogni momento della nostra vita per provare a vincere. Quando il sogno sta per materializzarsi c’è come uno spirito collettivo che coinvolge tutti, dai giocatori ai tifosi. In quel momento senti, è il momento di andare a prenderci il titolo. Io penso però che anche il percorso abbia un valore, a prescindere dal risultato finale».

Quante ore di video ha visto in queste settimane per preparare le partite?
«Troppi video, basta video... (sorride). Ora è il momento di rallentare i ritmi e assaporare un po’ meglio tutto».

In queste ore le è capitato di rivedersi bambino su un campetto di Olbia a sognare di raggiungere l’Nba?
«Quella è stata una parte importante della mia vita e ci penso spesso. Il campetto, le trasferte in auto in giro per la Sardegna compressi tra i borsoni. Gigi (Datome, ndr) che si allenava fortissimo ed era già un fenomeno, io che ci provavo, ma tutti sognavamo e io credo che le nostre due storie, per quanto differenti, possano dire ai giovani: chiunque ce la può fare».

Aveva qualche poster Nba appeso in camera?
«No, ma avevo una canotta di Patrick Ewing, una leggenda dei Knicks. Quando l’ho incontrato al Madison gliel’ho detto... Ho vissuto il sogno Nba come tutti i ragazzini appassionati di basket: al tempo c’era qualche genitore che registrava le partite la notte e poi il giorno dopo i VHS giravano per le nostre case».

Lei e il suo grande amico Datome ci siete arrivati. E ora lei ha anche vinto.
«Ci siamo sentiti dopo gara5. Era felicissimo per me, ci conosciamo da sempre, abbiamo condiviso tante cose. Lui ha realizzato tutti i suoi sogni da giocatore, io non ci sono riuscito ma li sto realizzando ora da tecnico. Un lavoro che si fa con passione totale a qualsiasi livello: il lavoro dell’assistente non cambia tanto, devi sempre essere sul pezzo e pensare solo a fare del meglio per la squadra e i ragazzi. Questa la cosa più bella dello sport. A un certo punto ti fermi e dici: stavolta abbiamo vinto, ne è valsa la pena più del solito».

Ha avvertito l’attenzione e la passione con la quale è stato seguito in Sardegna?
«Sì e tutta questa attenzione e un po’ mi imbarazza. I giocatori fanno il lavoro vero, come ho detto. Sinceramente spero che qualche ragazzino sardo che ha sentito la mia storia si sia appassionato al basket».

Come vede dagli Usa il basket sardo?
«Negli ultimi due decenni la pallacanestro è diventata un marchio di identità della Sardegna, una cosa impensabile quando ero ragazzino: allora il basket era davvero una cosa per pochi. Spero che sempre più ragazzi lo pratichino e che si investa sempre di più nei campi e nelle palestre, per dare a tutti la possibilità di provare a vivere e inseguire i propri sogni. Proprio come è stato per me e Gigi».

Giovedì ci sarà la parata per le strade di New York.
«La gente qua è impazzita, nelle notti pre-partita nelle quali abbiamo dormito in centro, vicino al Madison Square Garden, abbiamo toccato con mano l’attesa della gente. E ora, dopo più di 50 anni, sarà bellissimo festeggiare».

Tra non molto tornerà in Italia per gli stage con la nazionale maggiore. Riuscirà a fare un blitz in Sardegna?
«Lo spero proprio, ma non ho ancora programmato nulla: in questo momento sto semplicemente tirando il fiato».

In attesa che qualcuno la riconosca per strada a New York?
«Assolutamente no, vivo benissimo così».

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