La Nuova Sardegna

Ennio Morricone e Di Caprio Una notte di stelle annunciate

di Fabio Canessa
Ennio Morricone e Di Caprio Una notte di stelle annunciate

Per il compositore italiano e l’attore americano una scelta unanime e scontata “Il caso Spotlight” conferma la tendenza a premiare opere basate su storie vere

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SASSARI. Il vizio dei distributori italiani di modificare o aggiungere qualcosa ai titoli originali si è trasformato nell'occasione in una profezia. “Spotlight” è stato portato al cinema come “Il caso Spotlight”. Anche se non è stato un caso perché il termine identifica il nome di un gruppo di giornalisti del Boston Globe e non l’inchiesta per la quale hanno vinto il Pulitzer come il titolo potrebbe far pensare.

Certo il film diretto da Tom McCarthy, sull'indagine che ha portato a svelare i casi di abusi sessuali commessi da tanti preti nella città del Massachusetts, un caso lo è diventato. Dopo l’anteprima alla Mostra del cinema di Venezia, un bel percorso costellato da tanti riconoscimenti fino all’Oscar come miglior film. In fondo abbastanza prevedibile, non solo per le previsioni dei bookmaker alla vigilia ma anche considerando la tendenza a premiare spesso opere basate su storie vere, con sotto temi socialmente rilevanti, con un valenza politica che a volte sembra far diventare il cinema strumento per ripulire la coscienza nazionale. Fortunatamente questa volta il discorso non diminuisce il valore di un buon film che riporta in auge il genere legato all’inchiesta giornalistica con un racconto costruito senza sensazionalismi, privo di retorica ridondante e una regia sobria al servizio di una solida sceneggiatura (altro premio importante portato a casa dal film).

“Spotlight” ha avuto la meglio soprattutto su “Mad Max: Fury Road” e “Revenant”, che si presentavano alla notte degli Oscar con il maggior numero di nomination, dieci e dodici. Alla fine numericamente ha vinto il lungometraggio di George Miller che di Oscar ne ha presi sei, ma tutti per categorie tecniche. Il film di Iñárritu si è dovuto accontentare di tre statuette che però sono di quelle pesanti: l’autore messicano, vincendo per il secondo anno consecutivo la regia, entra nella storia eguagliando due leggende come John Ford e Joseph L. Mankiewicz. Il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki fa addirittura meglio, con tre Oscar in tre anni (dopo il contributo a “Gravity” e “Birdman”).

Ma questa edizione degli Academy Awards sarà soprattutto ricordata per il riconoscimento come miglior attore a Leonardo Di Caprio che, come ampiamente previsto, sfata il tabù di eterno perdente grazie all'impegnativo ruolo in “Revenant”. Abbastanza a sorpresa l'Oscar invece sfugge dalle mani di Sylvester Stallone, dato per favorito nella categoria non protagonista. Il suo ennesimo Rocky è messo al tappeto da Mark Rylance. Tra le attrici non si possono dire immeritati i premi a Brie Larson e Alicia Vikander, ma certo viene il sospetto che dietro alla tendenza a premiare le giovanissime possano esserci le spinte delle major interessate a creare star da poi sfruttare in progetti macchine da soldi.

Tra le altre categorie, tutto come previsto per l’animazione dove continua, con “Inside Out”, il dominio della Pixar, e per il film straniero, andato all’ungherese “Il figlio di Saul”. In quella per il miglior documentario sarebbe stato bello e coraggioso premiare “The Look of Silence” di Oppenheimer sul genocidio indonesiano al posto del vincente “Amy” sulla Winehouse. E poi c’è l'Oscar a Ennio Morricone, il primo (dopo quello onorario nel 2007) per il maestro che ha firmato la colonna sonora di “The Hateful Eight” di Tarantino. Lo avrebbe meritato diverse altre volte, con le indimenticabili musiche che hanno arricchito tanti magnifici film.

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