La Nuova Sardegna

«La natura ha una dimensione sacra irripetibile»

di Anna Sanna

Sabato l’architetto fiorentino ha raccontato la sua visione in un incontro a Sassari

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SASSARI. «Si può fare l'architetto e il progettista in due maniere diverse, uno è quello di rispondere a dei problemi e l'altro è quello di aprire dei problemi, cercare di interpretare il presente».

Una ricerca continua, quella di Andrea Branzi, che si interroga sulle relazioni tra l'uomo e gli oggetti che gli stanno intorno. Relazioni simboliche, misteriose, esistenti da sempre. E fondamentali da scoprire nella civiltà di oggi dove tutto è merce, tutto è oggetto. L'architetto e designer, ospite del Museo Nivola, ha raccontato la sua arte sabato nella sala della Fondazione Banco di Sardegna, in un incontro pubblico che ha preceduto l'inaugurazione a Orani. Dopo l'introduzione di Giuliana Altea, presidente della Fondazione Nivola e i saluti del direttore della Banca di Sassari (che ha contribuito alla realizzazione della mostra, così come la Fondazione Banco di Sardegna), Branzi ha mostrato al pubblico alcune tappe significative della sua attività come designer. A partire dalla fondamentale esperienze negli anni Sessanta a Firenze come ideologo del gruppo radicale “Archizoom”, passando poi per le questioni più care alla sua sperimentazione. Gli oggetti in carta della mostra “Papiers”, esposta a Parigi, realizzazioni puramente poetiche e non destinate a un uso che «ci ricordano – ha detto Branzi – come nel l'habitat umano ci sono oggetti almeno apparentemente inutili. Presenze estetiche, amichevoli, e spesso destinate a durare». O ancora l'inserimento degli elementi naturali all'interno degli oggetti, mostrato nel video della collezione “Trees and Stone”, esposta a New York: «Il frammento di natura non si ripete mai nell'universo – ha spiegato Branzi – un albero pieno di foglie in realtà non ne ha mai una identica a un'altra. La presenza degli elementi naturali fa sì che l'oggetto acquisti una sua totale originalità, il frammento naturale gli dà come una dimensione sacra che non si può ripetere. Ho sempre amato fare questo esperimento anche perché la natura ha grande forza espressiva, una capacità di emozionare, di dare un brivido». Perché chi fa design deve andare oltre la funzionalità dell'oggetto, deve essere capace di lasciare qualcosa, quasi un “dono”.

Un gesto autentico di generosità che può arrivare anche a riscattare l'uomo dalla solitudine in cui è costretto a vivere. «Le opere di Branzi – sottolinea Richard Ingersoll, curatore della mostra – aprono una scatola magica al cui interno non ci sono soluzioni ma sempre nuove domande». Idee che interpretano, analizzano e si interrogano continuamente sul presente. Come “La Metropoli Primitiv”", in mostra a Orani, specchio di una contemporaneità ancora tutta da sperimentare: «Il titolo nasce dalla constatazione che l'uomo contemporaneo vive dentro uno spazio estremamente complesso, una metropoli piena di tecnologie, messaggi, narrazioni – ha spiegato Branzi –. Una condizione molto simile a quella in cui vive l'uomo primitivo in Amazzonia, un luogo totalmente denso di natura, animali, suoni, colori. Noi siamo simili a pesci che vivono nel mare ma non vedono mai l'oceano dall'esterno. Così noi immersi nella megalopoli non riusciamo più a vedere l'orizzonte, l'esterno. Una condizione neoprimitiva ma allo stesso tempo non necessariamente negativa – ha concluso – perché è anche una condizione di massima libertà per l'uomo moderno».

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