La Nuova Sardegna

La bacchetta magica di Renzetti al Lirico

di Gabriele Balloi

Cagliari, ottima prova per orchestra e direttore con “Shéhérazade” di Rimskij-Korsakov e Beethoven

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CAGLIARI. Donato in fabula. Notavamo, proprio di recente, come Renzetti avesse chiuso la Stagione lirica 2014, firmata Mauro Meli, dirigendo “Gli Stivaletti” di Ciajkovskij. E come lui stesso debba tenere a battesimo il primo aprile quella 2016, con “La campana sommersa” di Respighi. Ed eccolo nuovamente al Lirico nei giorni scorsi per la Stagione concertistica, a dirigere - oltre alla «Quinta Sinfonia» di Beethoven - la partitura di «Shéhérazade», le mille e una nota di Rimskij-Korsakov ispirate alle «Mille e una notte». Insomma, che sia un caso o meno, Donato Renzetti sembrerebbe un habitué della fiaba. Per la quale d'altra parte ha mano piuttosto felice. O dovremmo, per coerenza, dire la "bacchetta" magica? Perché è nell'ordito di tali atmosfere che ottiene sempre i risultati migliori. Come in questa suite sinfonica, op.35 del più prolifico fra i compositori russi del "Gruppo dei Cinque" (assieme a Borodin, Musorgskij, Cui e Balakirev). Nikolaj Rimskij-Korsakov (1844-1908) sta completando l'incompiuto «Principe Igor», dell'appena scomparso Borodin, quando decide di lavorare a «Shéhérazade» - e qualcosa peraltro trabocca nell'ultimo tempo «Festa a Bagdad»: porzioni di "dna" musicale dalle «Danze polovesiane», che Korsakov stava giustappunto orchestrando. Sontuosità timbriche, esotismo melodico, ispirazione fiabesca d'enorme effetto che la compagine del Lirico rende pregevolmente.

Due unici temi, quello del Sultano e quello di Shéhérazade che, in modo proteiforme, divengono rispettivamente il tema del mare e quello della nave di Sinbad: metafora della donna che deve ammansire la burrascosa vendicatività del sultano. È il "primo violino" di Gianmaria Melis a incarnare, egregiamente, la voce narrante con cui Shéhérazade irretisce il sultano, salvandosi la vita. Ma non meno valenti le altre prime parti: Robert Witt al violoncello, Stefania Bandino al flauto, Pasquale Iriu al clarinetto, Giuseppe Lo Curcio al fagotto (grande protagonista nel «Racconto del principe Kalender»), Andrea Saccarola all'oboe. Tutta l'orchestra ha una gradevolissima grana timbrica, dalla barcarola del primo tempo alle rutilanti variazioni del secondo, dalla sentimentale sinuosità del terza all'enfasi dirompente del quarta. La «Sinfonia n.5» di Beethoven, invece, non soddisfa del tutto. Qui e là purtroppo qualche scollamento fra settori strumentali; agogica e dinamica non sempre avvincenti.

Però, una menzione a parte va senz'altro ai contrabbassisti capeggiati da Simone Guarneri; mai uditi archetti così agguerriti e roventi: pareva che il "tema del destino" bussasse dalle profondità della terra.

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