La Nuova Sardegna

Come rifiuti non riciclabili Perdere il lavoro a 50 anni

di Daniela Paba
Come rifiuti non riciclabili Perdere il lavoro a 50 anni

“Non ho l’età”, il libro di Loris Campetti presentato a Iglesias e a Cagliari «Politiche del lavoro dissennate che hanno cancellato fiducia e speranza»

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di Daniela Paba

Rifiuti non riciclabili, stracci residui dell'uragano che ha travolto il mercato del lavoro dal 2008, polli che il Jobs act di Renzi costringe a beccarsi tra loro «come i capponi di Renzo» di manzoniana memoria. Sono immagini e metafore di «Non ho l'età. Perdere il lavoro a 50 anni», il libro di Loris Campetti uscito per Manni Editore, che si attaccano al lettore come le vite dei suoi protagonisti, con la forza della disperazione.

Presentato nei giorni scorsi a Iglesias e a Cagliari, in un incontro organizzato da Sinistra Ecologia e Libertà, il libro raccoglie nove storie di donne e di uomini che hanno perso il lavoro e sono d'improvviso «troppo vecchi per essere assunti e troppo giovani per essere pensionati». «Non ho l'età» è un reportage dall'Italia post-industriale per raccogliere, ad esempio, il racconto di Efisio, licenziato dopo 41 anni, con un e-mail, dalla Polimeri Ottana. Un reportage che affianca alle storie individuali, il racconto dei territori che le hanno originate, scritte da un giornalista che ha dedicato la sua vita a raccontare economia e lavoro nel nostro paese, dalle colonne del Manifesto. Uno sguardo dalla parte dei lavoratori, che l'autore rivendica, una volta di più, nell'introduzione.

Accomunati dallo stesso destino si trovano nel libro intellettuali, operai, tecnici, immigrati, che la crisi ha trasformato, secondo la definizione Rossana Rossanda, «in un’esplosione di cenci». Impotenza, vergogna, solitudine emergono dal racconto corale, insieme alla paura di non riuscire a supportare famiglia e figli.

Eppure «Non ho l'età» non è un libro senza speranza. Perché le vite di queste donne e di questi uomini sono storie di lotta, di presa di coscienza, di resistenza. Come nel caso di Goghi, indiana del Punjab, che ha condotto e pagato di persona le battaglie per i diritti degli indiani che, lavorando nelle coop rosse emiliane, ci garantiscono parmigiano e prosciutto. Goghi rifiuta l'anonimato: «Perché le cose che ho da dire le ho gridate sia davanti all’azienda che ai poliziotti che volevano convincerci a togliere il presidio e a sospendere lo sciopero della fame e della sete, le ho ripetute in piazza a Reggio Emilia e nella sede della Provincia, quando l'abbiamo occupata». Di lavori Goghi, in Italia dal 1986, ne ha fatti tanti. «Però non sono disposta – dice – a fare la schiava sotto qualsiasi padrone, perché la verità è che oggi chi lavora in Italia è senza diritti, dunque è uno schiavo». Gli immigrati come Goghi ci fanno da specchio: dopo aver lavorato nei campi e nelle stalle, entrano della Lega Coop con la Gfe (gruppo facchini emiliani), dove vengono sfruttati con salari, più bassi, quindi licenziati con un sms sul telefonino.

Un lavoro per vivere e poi morire ha segnato Nicola, 54 anni, licenziato nel 2011. Nicola ha lavorato alla Isochimica di Avellino di Elio Graziano dal 1983 al 1988: insieme ad altri 300 operai ha grattato 3000 vagoni ferroviari rivestiti d’amianto. Ora è malato di crocidolite e nessun medico gli rilascia il certificato di sana e robusta costituzione necessario a trovare un altro lavoro. Ma siccome ha lavorato per meno di dieci anni non ha diritto al prepensionamento. Nell'Irpinia del terremoto, 300 operai hanno rimosso dai vagoni ferroviari dello Stato 2.276 tonnellate di asbesto. Oggi 200 di loro sono ammalati ed Elio Graziano è sotto processo. Insieme a lui sono imputati dirigenti, amministratori comunali, due sindaci, un'intera giunta, i dirigenti delle Asl e delle Ferrovie. Gli operai sono parte lesa: «Per la nostra dignità sgretolata, per le malattie del corpo e dell’anima – conclude Nicola – Speriamo almeno nella giustizia, anche se nessun giudice potrà mai restituirci la salute».

Nei pochi minuti concessi all'autore nell'incontro a Villa Muscas, Campetti ha ricorda che, per un modello di sviluppo diverso da quello attuale bisogna recuperare «la parola d'ordine del che cosa, come e dove produrre; raccontare la realtà di politiche del lavoro dissennate che hanno distrutto fiducia e speranze e soprattutto smantellare la logica che la scelta alternativa sia tra lavoro e diritti». «Questo libro – ha concluso l'autore – non poteva dare risposte. Ma due cose bisogna fare: non raccontarci storie e cercare insieme un modo di cambiare».

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