“Una storia quasi perfetta” che però non appassiona
L’ultimo lavoro di Mariapia Veladiano non riesce a uscire dai luoghi comuni Un uomo seduttore e la sua vittima i protagonisti di un’opera anonima
Fino a qualche tempo fa, e con il tono grave dell’ineluttabile, si parlava dei pericoli dell’analfabetismo di ritorno: un fenomeno sociale complesso, sostenuto oggi più dalle semplificazioni (in verità solo apparenti e superficiali) della comunicazione digitale e da quella che Tullio De Mauro ha chiamato «de-alfabetizzazione» delle società ricche, piuttosto che da una «residua», mancata o bassa scolarità. L’Italia, secondo numerosi e recenti studi, vergognosamente primeggia, così come domina la classifica dei paesi al mondo in cui si legge meno.
È fin troppo ovvio che le due cose non siano disgiunte, mentre è meno comprensibile che la prima e più condivisa soluzione sia l’invito e l’elogio della lettura a tutti costi. Ma siamo sicuri che il “leggere un libro” sia sempre un’attività benefica o addirittura salvifica? Sembrerebbe una domanda puramente retorica se non ci si ponesse il problema – ecco la vera discriminante – del “cosa” si legge. Diciamolo subito: leggere brutti libri non fa bene ed è legittimo, oltre che raccomandabile, utilizzare quel tempo per svolgere una qualsiasi altra attività. È per queste ragioni che ci si smarrisce, impotenti, innanzi al lordo della produzione editoriale italiana (qui è la narrativa ad avere il predominio).
Un libro come “Una storia quasi perfetta” (Guanda, pp. 237, 17,50 euro) di Mariapia Veladiano ne è un perfetto esempio; più che un romanzo potrebbe essere un ottimo manuale per imparare cosa e come non scrivere, e insieme ricordarci quanto una passeggiata possa essere estremamente più produttiva di una lettura. L’autrice, all’esordio conGuanda dopo gli anni in Einaudi (che le fecero guadagnare un Premio Calvino e un secondo posto allo Strega), imbastisce l’ennesima storia sentimentale tra un uomo seduttore e una donna vittima della seduzione, lungo un impressionante ricettacolo di luoghi comuni: il mondo della moda e quello dell’arte, il cinismo e la purezza, la superficialità e la profondità di sentimenti. E non riesce meglio nella scrittura, dove una sintassi confusa e disordinata, la ricerca del peso della sentenza (ben oltre l’epigramma) e l’immancabile, tentata sfumatura lirica si fanno spazio accanto all’esibizione lessicale della propria conoscenza botanica.
George Steiner sosteneva con forza che senza correre «grossi rischi», senza renderci vulnerabili, la lettura ci lascia «analfabeti», nell’«unico senso che conti realmente». Responsabilità del lettore, certo: ma solo quando i libri sono in grado di permettercelo. Per fortuna ci sono le passeggiate. E i classici.
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