Assante e Castaldo raccontano i Pink Floyd
I giornalisti oggi a Cagliari per una lezione sulla storica band: «Il tempo passa ma la loro arte resta intramontabile»
CAGLIARI. Rock da leggenda. Sono i Pink Floyd, una delle poche band ad aver scritto la storia lasciando il segno oltre il tempo. Tuttora, mezzo secolo dopo gli esordi, si registra il tutto esaurito ai concerti di David Gilmour o a quelli di Roger Waters. A raccontare l'avventura di quell'ensemble svelando particolari inediti, saranno oggi, dalle 21, nell'Auditorium del Conservatorio “Palestrina” i giornalisti musicali Gino Castaldo ed Ernesto Assante, firme storiche del quotidiano “La Repubblica”, in una delle loro più famose lezioni di storia del rock, ospiti dell'ultimo appuntamento del festival “Rocce Rosse Blues”. Castaldo e Assante rifletteranno proprio sulla popolarità del mito Pink Floyd.
«Sono intramontabili – riconosce Gino Castaldo –. Quello che è successo con loro è una cosa pazzesca. E' un peccato che non sia stato possibile vedere ancora la mostra annunciata da tempo sulla storia di questo gruppo, che doveva peraltro debuttare in Italia: sarebbe stato un evento frequentatissimo. Nel nostro piccolo accade pure a noi (Castaldo e Assante ndr): quando presentiamo la lezione sui Pink Floyd arriva il doppio del pubblico abituale. C'è ancora un'attenzione molto viva attorno a questa band, e non cala con il passare del tempo».
E' di pochi giorni la notizia del concerto che Gilmour terrà a luglio a Pompei, location celebre del film di un concerto dei Pink Floyd?
«E dove non c'è il pubblico. Un deliberato nonsense, ovviamente. Antitesi di quello che normalmente si intende per concerto. E ora il live, con pubblico stavolta: l'eco immediata è la dimostrazione che qualsiasi evento possa far rivivere la leggenda Pink Floyd riceve forte attenzione. Pochi anni fa pubblicarono le versioni originali in quadrifonia di “Dark side” e “Wish you were here” . Il primo album fu addirittura pensato in quadrifonia ed è da lì che è nata l'idea di riproporne l'ascolto dal vivo, tornando allo spirito originale del gruppo. Farlo in una grande sala è davvero emozionante. Inoltre è una esperienza di condivisione da non sottovalutare. La sensazione è di partecipare ad un concerto».
Parliamo allora dell'album. “Dark Side of the moon”, pubblicato nel 1973 restò quattordici anni in classifica. Perchè affascina ancora?
«C'è sempre qualcosa di imponderabile, non tutto è razionabile. Quello che possiamo capire è che l'opera possiede qualcosa di magico. Nasce in un momento in cui i Pink Floyd vivevano il loro stato di grazia: è quando qualcosa arriva all'improvviso e produce effetti straordinari. Un po' come accadde a Paul Mc Cartney che si svegliò dopo aver sognato “Yesterday”. Ecco, “Dark side” è un po' questo. Poi narra dell'ambizione di voler raccontare l'esistenza: l'amore, il denaro, la follia, il sesso. Tutto in un unico viaggio siglato dal cuore umano, voci, suoni. E sogni. Qualcosa di non immaginabile oggi, anche perchè ora la musica è regredita. Sensazioni che si provano anche con “Abbey Road” dei Beatles. Erano cioè molto, ma molto più avanti di quello che si fa oggi».
Pink Floyd e Beatles. “Dark Side of the moon” e “Sgt Pepper's” come momento di sperimentazione musicale. Giusto segnalarlo a distanza di pochi giorni dalla scomparsa di George Martin che reinventò gli studi di registrazione, in questo caso quelli londinesi di Abbey Road?
«Penso anche e piuttosto all'album doppio bianco. Si quei dischi rappresentano davvero una fase di ricerca totale. C'è un momento meraviglioso nella storia del rock, è quello del 1967. I Pink Floyd erano allora sconosciuti alla scena londinese. Entrano ad Abbey Road e prendono lo studio più piccolo, perchè in quello più grande i Beatles stavano incidendo “Sgt Pepper's”. Ho avuto l'emozione di sentire questa storia in diretta negli stessi studi da Nick Mason. Il batterista raccontò come si incontrarono lì con i Beatles ed evocò quei momenti e di come ad Abbey Road si respirasse quell'aria di sperimentazione portata proprio dai Beatles e George Martin. Furono loro a scardinare le vecchie regole e innovare».
Le vostre lezioni di storia del rock compiono dieci anni. Come sono nate?
«In un momento di frustrazione. Quando ci siamo resi conto della stasi creativa della musica e la sua regressione. Così abbiamo pensato che sarebbe stato bello raccontare com'era stato anni prima e tenere vivo quel fuoco».
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