La Nuova Sardegna

Pozzo di Santa Cristina Le ipotesi affascinanti dell’archeoastronomia

di Paolo Curreli
Pozzo di Santa Cristina Le ipotesi affascinanti dell’archeoastronomia

Domani e sabato incontri con lo studioso Guido Cossard «Un’isola con un patrimonio ricchissimo e vario»

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di Paolo Curreli

L’archeoastronomo Guido Cossard sarà in Sardegna per una serie di incontri legati a uno dei più affascinati monumenti archeologici della Sardegna, il pozzo nuragico di Santa Cristina a Paulilatino. Guido Cossard, studioso e instancabile divulgatore, ha pubblicato diversi studi tra cui “Cieli della Valle d'Aosta” (con Enrico Romanzi e Celestino Vuillermoz); Priuli e Verlucca, “Il lungo racconto dell'origine” (con Margherita Hack e Walter Ferreri), Dalai Editore; “Storia e riti di Capodanno”, Rizzoli; “Cieli Perduti- Archeoastronomia: le stelle degli antichi”, Utet, (da poco tradotto in Messico visto il grande patrimonio astronomico lasciatoci delle civiltà precolombiane).

Numerosi sono gli archeologi che hanno studiato il culto delle acque in Sardegna, e il pozzo di Santa Cristina in particolare. Per alcuni studiosi il monumento aveva all'epoca della sua costruzione una copertura simile a quella di altri pozzi e fonti sacre dell'isola che avrebbe impedito ogni riferimento al cielo nel suo utilizzo, ma di questa struttura non è arrivato a noi nessun reperto. Mentre le osservazioni di Carlo Maxia, Edoardo Proverbio, Giuliano Romano, ed Arnold Lebeuf (fra gli altri) ipotizzano che la costruzione del tempio sia legata al movimento degli astri.

Le capacità di divulgazione di Guido Cossard sono preziose per capire i meccanismi astronomici che guidarono gli antichi sardi nella costruzione di questo straordinario monumento.

«Il rapporto tra la base e l'altezza della cupola del pozzo coincide, con un piccolissimo margine di errore, alla geometria astronomica. La linea che parte dal punto nord della base della cupola e arriva al foro in alto, forma un angolo che coincide con l'angolo con cui in cui la Luna attraversa il meridiano nel giorno del lunistizio maggiore settentrionale; cioè il punto estremo che raggiunge la luna nel suo moto apparente nel cielo. In analogia al solstizio, il lunistizio definisce il momento in cui la luna raggiunge la massima declinazione del suo ciclo mensile».

I costruttori sono stati in grado di lavorare con una precisione assoluta. Lo studioso Arnold Lebeuf nella sua opera del 2005 (“Il pozzo di Santa Cristina, un osservatorio lunare”, edizioni Tlilan Tlaplan) ha ipotizzato (riferendosi ai dati astronomici della luna in quel periodo storico) che se il pozzo fosse stato costruito attorno al mille a.C, la precisione dell'orientamento sarebbe pari a 3 primi (un ventesimo di grado). Una precisione sbalorditiva se si pensa che la Luna si abbassa di due primi ogni 300 anni durante il lunistizio maggiore. «Ogni 18 anni e sei mesi la luna si specchia sul fondo del pozzo, questo significa che questa civiltà aveva una capacità di capire il ciclo lunare. Osservazione molto più difficile di quella legata alle stelle e al sole –precisa Cossard–. Da questo punto di vista possiamo ipotizzare che fosse un vero e proprio osservatorio astronomico. Molte civiltà attribuivano alla Luna un maggiore potere rispetto al sole proprio per la complessità del suo moto apparente, e se l'osservazione della posizione del sole era legata alle pratiche agricole quella della luna, invece, si riempiva di caratteri rituali –spiega Guido Cossard–. Una civiltà che ha avuto la capacità di trasferire osservazione e sapere attraverso moltissime generazioni per arrivare a costruire un manufatto davvero straordinario».

Proprio questa capacità di osservare, studiare il cielo per poi pianificare la costruzione ci fa scoprire un mondo molto meno “primitivo” di quanto si possa immaginare.

«Per realizzare un monumento del genere, più di tremila anni fa, raccogliere tutte le informazioni, memorizzarle attraverso la tradizione orale per poi costruire un monumento simile, occorrevano conoscenze sofisticate, significa che ci troviamo di fronte a una civiltà che aveva una grande capacità progettuale. Secondo lo studioso Lebeuf anche i bordi dei filari di pietre dei gradini servivano come sistema di misura del moto lunare, registrandone l'altezza della luna si possono ricavare i cicli diacronici – i nodi dell'orbita lunare– con cui si possono prevedere le eclissi lunari».

Per lo studioso valdostano un altro tesoro della Sardegna. «Un'isola straordinaria, un territorio unico per la sua bellezza e per la varietà di monumenti archeologici, nuraghi, pozzi e fonti sacre, domus de janas, tombe di giganti e menhir. Altri posti in Europa ospitano importanti vestigia del passato; ma nessun luogo ospita un patrimonio così ricco e vario. Un'isola immersa nella civiltà del Mediterraneo con cui condivideva i saperi, non dimentichiamo che queste capacità di osservazione del cielo non erano solo pura speculazione, ma erano fondamentali per la sussistenza quotidiana di civiltà agricole e pastorali. Molte di queste conoscenze sono arrivate fino a noi attraverso le tradizioni e i culti religiosi, io stesso ho scoperto in Val D'Aosta un calendario siderale riuscendo a dimostrare che aveva più di duemila anni».

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