A Cagliari è l’ora della stagione lirica
“La campana sommersa” di Ottorino Respighi apre oggi il cartellone
CAGLIARI. Riemerge «La campana sommersa» di Ottorino Respighi. E con essa oggi alle 20,30 la Stagione operistica e di balletto del Teatro Lirico. Così come riemerge la tradizione d'inaugurarla con un titolo di raro ascolto (ultima rappresentazione nell'81 a Trieste). Fortemente voluta dal direttore artistico Mauro Meli, la cui Stagione 2014 finì con «Gli stivaletti» di Ciajkovskij, tiene adesso a battesimo il cartellone 2016 con un'altra fiaba.
Questa pure, nell'invitante direzione di Donato Renzetti e il coro preparato da Gaetano Mastroiaco. Mentre la regia è affidata a Pier Francesco Maestrini (già regista della fortunata «Turandot» con scenografie di Sciola). Se amate il genere fiabesco o fantasy, allora non dovreste perdervi «La campana sommersa». Abitata da fauni, elfi, streghe, ondine e nani, è fiaba oltretutto dai molteplici piani di lettura, sospesa tra simbolismo e romanticismo. Il rapporto fra eros e thanatos, l'anelito faustiano e l'eterno femminino, il conflitto tra uomo e natura, paganesimo e cristianità, luce e tenebra: vi son tutti e forse molto altro ancora. Protagonista femminile è Rautendelein, creatura fatata impersonata nel primo cast dal soprano Valentina Farcas (applaudita al Lirico nel «Rossignol» stravinskiano o come Marcellina in «Fidelio»); quello maschile è invece Enrico, fonditore di campane, i cui panni veste Angelo Villari, tenore a Cagliari già conosciuto con «I Shardana» di Ennio Porrino. Possiamo anticipare, dalla prova generale, che forse da tempo non capitava un allestimento così magico, evocativo, a metà strada fra pittorico e cinematografico. Se Nekrosius, con «La leggenda della città invisibile di Kitez» (2008), traduceva l'opera di Rimskij-Korsakov in qualcosa di fortemente onirico e surreale, Maestrini con tutt'altra estetica riesce comunque a condurre lo spettatore in un mondo "altro", dove reale e irreale si fondono. È notevole l'effetto di scene e proiezioni firmate da Juan Guillermo Nova, coadiuvato dalle luci di Pascal Mérat; sopraffino specialmente il lavoro sui costumi di Marco Nateri: citando i preraffaelliti (Waterhouse, Millais), la scultura di Viviano Biagioni, forse finanche «Il mostro della laguna nera» (1954) di Jack Arnold. Tutto ciò al servizio del libretto di Claudio Guastalla, tratto dalla pièce omonima di Gerhart Hauptmann, e che Respighi ha musicato riecheggiando in vario modo le orchestrazioni di Rimskij-Korsakov, a tratti lo stile di Puccini, ma soprattutto gli autori tedeschi a cavallo fra Otto e Novecento.
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