«La musica è come un’amica». La lezione di Bosso agli studenti del conservatorio di Cagliari
II consigli e l’autoironia del pianista per i giovani musicisti, al via il suo tour per la rassegna “Classica con brio”
CAGLIARI. «Al brutto reagite col bello. All'odio rispondete con l'amore. Io, quando ho male, sorrido. Perciò non chiudetevi in voi stessi». Potrebbe sembrare il discorso un po' retorico di qualche "life coach" tipicamente americano; o un sermone, magari, su come affrontare la vita in tempi di terrorismo e conseguenti ansie sociali. Invece è tutt'altro. A parlare è invece Ezio Bosso mentre spiega a giovani musicisti come approcciare l'esibizione sul palco. Come non temere il pubblico, non irrigidirsi e chiudersi "a riccio" sul proprio corpo. E se a dirlo è qualcuno che vi lotta seriamente col corpo (facendo i conti con la sclerosi laterale amiotrofica), non si può non dargli ascolto. Lui stesso difatti pare la dimostrazione vivente, la messa in pratica di ciò che insegna.
Bastava osservarlo durante l'incontro/lezione tenuto a Cagliari, martedì 5 aprile, all'Auditorium del Conservatorio dove , terrà le prime date del suo nuovo tour, entrambe sold out in brevissimo tempo per la rassegna "Classica con brio". Ha un sorriso per tutto e tutti il pianista, compositore e direttore d'orchestra piemontese. Sempre autoironico, pieno d'energia ed entusiasmo; voglia di fare, condividere, raccontare. «Penso alla musica come a un'amica. Nella musica io ci credo, non a caso l'ho studiata per tutta una vita. Però sono qui anche per imparare. Amo le prove e lo studio, anche se a scuola non ero bravo, anzi, ero proprio una capra».
Ascoltandolo dal vivo mentre scherza e offre la sua esperienza ai ragazzi, strumentisti in erba del Conservatorio, ci si rende meglio conto della caratura artistica e umana di Bosso. Più di quanto si fosse visto a Sanremo. Soprattutto ci si dimentica ogni altro aspetto della sua condizione. D'altra parte, appena arrivato abbandona facilmente la sedia a rotelle con un balzo, sedendosi sul bordo del palco, e inizia subito a discorrere col pubblico. «A Torino "vive" uno dei miei pianoforti, in un palazzo storico dove studio tutto il giorno. Ed essendo anche un museo, le persone si fermano a sentire. Così a un certo punto ho pensato di aprire lo studio due volte l'anno per tre giorni».
Accenna poi qualche considerazione su questo tour: «Non ho mai fatto recite da solo, per me è una novità. Ma ho pensato fosse venuto il momento di togliere ogni rete di protezione verso il pubblico. Dopotutto, in ogni concerto c'è sempre un musicista "in più". Il pubblico oltre il palco che ascolta». Non a caso una delle prime domande rivolte alla platea «Qual è, secondo voi, la migliore qualità di un musicista?», ha come risposta «Saper ascoltare». Cosicché Bosso avvia qualcosa a metà strada fra masterclass, lectio magistralis e lezione informale dove, con l'invito di «Chi mette le mani?», esorta i ragazzi a raggiungerlo per fargli sentire qualcosa. Elargendo a tutti qualche piccola preziosa "dritta", non si risparmia, non trascura nessuno. E nel frattempo scopriamo che adora Bach: «Per adesso non pubblicherò mie partiture perché lo trovo diseducativo» ironizza, «meglio frequentare Bach che Bosso». Vede in Beethoven, lato sensu, il primo vero minimalista in musica e lo chiama il suo "papà". Apostrofa Brahms come rivoluzionario. Definisce lo spazio come «l'altro strumento con cui ogni esecutore deve fare i conti» e la pausa musicale non come silenzio ritmico, ma come «suono essa stessa». Offre agli allievi svariate cognizioni e approfondimenti di tutte le partiture e gli autori proposti. E mentre spiega questo o quant'altro, colpisce la gestualità delle sue mani, il modo con cui flessuosamente articola per aria le dita, come stesse suonando il pianoforte pure quando non lo fa. Forse in linea con il principio che ha ribadito più volte: «Ricordatevi sempre che, quando vi accingete a suonare, la musica in qualche modo è già cominciata prima ancora che abbiate suonato la prima nota».
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