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“Sponde”, il filo che lega Europa e mondo arabo

“Sponde”, il filo che lega Europa e mondo arabo

La pellicola di Irene Dionisio getta un ponte tra Lampedusa e la costa della Tunisia

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NUORO. Premio Solinas documentario per il cinema 2012. La giuria assegna il riconoscimento alla sceneggiatura di una giovane film maker torinese che dopo aver fatto delle ricerche a Lampedusa e in Tunisia presenta un interessante progetto sul tema delle migrazioni nel Mediterraneo. Qualche anno dopo quello script diventa un film: “Sponde”. «È grazie al Solinas che si è messa in moto la macchina produttiva e sono riuscita a realizzarlo», racconta Irene Dioniso, ospite del festival IsReal a Nuoro dove ha presentato il suo documentario.

E ci aveva visto bene la commissione del premio legato al grande sceneggiatore sardo, riconoscendo nelle parole dell’autrice un’idea importante che si è poi concretizzata in un film capace di tracciare un poetico ponte tra Lampedusa e Zarzis, città della costa tunisina. Lo fa raccontando le storie di due uomini, diversi, separati da sessanta miglia di mare, ma legati da un destino simile. Vincenzo Lombardo e Mohsen Lidhabi, due esempi di grande umanità. Il primo, custode del cimitero nell’isola italiana, offre degna sepoltura ai corpi dei migranti che hanno perso la vita. Il secondo, nella località tunisina, conserva indumenti dei cadaveri e oggetti riportati sulla spiaggia dal mare.

«Avevo saputo per caso che tra loro si era formata una relazione epistolare – racconta Irene Dionisio – e la cosa mi ha subito colpito. Sono andata, così, a conoscere Vincenzo e poi Mohsen. Dopo questi incontri ho deciso di scrivere la sceneggiatura perché mi serviva un periodo lungo di sviluppo prima di andare a girare e fortunatamente la commissione del premio Solinas ha molto apprezzato il lavoro. Poi ovviamente sono successe tante cose e come sempre nei documentari si fanno interventi in corso sull'idea iniziale, ma la base della sceneggiatura è rimasta quella».

Un film che mostra due sponde diverse dello stesso mare testimone di una tragedia continua, di proporzioni spaventose. Della morte di chi semplicemente cerca un orizzonte. «Ho cercato – sottolinea la regista – di approcciarmi a un tema così delicato in maniera pudica. Non mi interessava far vedere i corpi, più che della morte si parla dell'elaborazione del lutto, tramite il racconto dei due protagonisti».

Vincenzo e Mohsen che vivono in due territori attraversati anche da un forte dibattito politico. Da un lato il discorso sulla politica migratoria (e il film mostra per esempio chi lotta contro la militarizzazione dell'isola siciliana), dall'altro quello della democratizzazione del Paese nordafricano, simbolo della Primavera araba. (f.c.)

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