La Nuova Sardegna

Le stanze di Ezio Bosso, pianista di classe che ama anche i silenzi

di Gabriele Balloi
Le stanze di Ezio Bosso, pianista di classe che ama anche i silenzi

A Cagliari tutto esaurito e applausi per i suoi due concerti Un musicista che sa dialogare con Bach e con i minimalisti

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CAGLIARI. Un paradosso di nome Ezio Bosso. «Mi piace la parola "stanza"; l'ho capito quando la vita mi ci ha chiuso dentro: ed era una stanza troppo grande perché la potessi percorrere tutta, ma troppo piccola per contenermi». Sceglie una contraddizione in termini, come metafora di sé, il compositore, pianista e direttore d'orchestra già da tempo noto all'estero e, dopo l'ultimo Sanremo, divenuto più celebre anche in Italia.

All'Auditorium del Conservatorio ha fatto il tutto esaurito, giovedì e venerdì, inaugurando a Cagliari il suo nuovo tour. Un evento organizzato dal Cedac in collaborazione con Sardegna Concerti, per la rassegna "Classica con brio". Il paradosso, quindi, come paradigma di sé è Bosso stesso a suggerirlo. Musicista che ama i silenzi (tanto da definire le pause ritmiche come un suono cui prestare attenzione). Spirito libero anzi liberissimo, eppure, obbligato a fronteggiare un'odiosa patologia (la sclerosi laterale amiotrofica) che ne limita i movimenti. Ansioso davanti al pubblico, si rivela ciononostante un ottimo affabulatore, dispensatore di consigli, battute, aneddoti e stimolanti spunti di riflessione. Espone la sua personale poetica/filosofia delle "stanze": spiegando come l'uomo, non appena da nomade sia divenuto sedentario, abbia cominciato per l'appunto a "stanziarsi". Dal momento che la parola deriva dal verbo "stare", sia nel senso di fermarsi che di affermarsi, per Bosso "prendere stanza" equivale ad un augurio positivo, simbolo di autorealizzazione. Per questo, prima di eseguire al pianoforte i brani dall'ultimo disco «The 12th Room» (La dodicesima stanza), approfondisce ancora il perché l'abbia suddiviso in tal modo. L'ispirazione viene da un testo tibetano, dove si sostiene che la vita sia fatta di dodici stanze: «nell'ultima, che non è l'ultima, ricordiamo finalmente la prima. Quando nasciamo non possiamo ricordarla, perché ancora non abbiamo la memoria, ma giunti alla dodicesima la ricordiamo, siamo pronti a ricominciare e perciò siamo liberi». Cosicché, ci conduce nelle stanze dove ospita le proprie interpretazioni di Bach e Chopin. Esegue «Following a bird», lo stesso eseguito a Sanremo; «In a landscape» dedicato a John Cage; «Split, Postcards from Far Away» dove allude al tema (guarda caso paradossale) della separazione da sé stessi. E poi la lunga «Sonata n.1 in sol minore», circa 45 minuti, dopo la quale parte una standing ovation di tutto il pubblico.

Tirando le somme, è oltremodo piacevole ascoltare il Bosso uomo, esteta, un po' filosofo, finanche abile didatta nei giorni prima con gli studenti del Conservatorio. Musicalmente, però, è arduo parlare di novità. Ma forse lui stesso, animo umile, ne è conscio. Melodie, armonie e ritmi son quelli già uditi nelle composizioni di Philip Glass, Steve Reich, Michael Nyman e altri minimalisti. Forse quello che fa, più semplicemente, è instaurare un ideale dialogo con questi maestri e colleghi, così come con quelli del passato (da Bach a Cage).

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