La Nuova Sardegna

La sacralità del pane in Sardegna

di Salvatore Tola
La sacralità del pane in Sardegna

Il libro di Marisa Iamundo De Cumis in edicola in fascicoli con La Nuova Sardegna

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SASSARI. Da ieri è in edicola con la Nuova Sardegna (a soli 4,30 euro in più rispetto al prezzo del quotidiano) il primo fascicolo del volume “La sacralità del pane in Sardegna” (Delfino Editore) di Marisa Iamundo De Cumis. I fascicoli hanno cadenza settimanale, per complessive sedici uscite. Con il primo fascicolo, in omaggio la copertina. Si potranno raccogliere i sedici fascicoli, portarli al proprio edicolante e, con soli 8,00 euro, saranno rilegati.

Il volume, che raccoglie i risultati di un appassionato e attento lavoro di ricerca, è articolato in agili capitoli e dettagliate schede, con un ampio corredo iconografico di circa 1000 immagini. Offre ai lettori una panoramica completa della millenaria cultura panificatoria isolana, gettando nuova luce su riti, miti e simboli ancora particolarmente sentiti.

«Il pane che si mangia nella capitale e nella maggior parte dell’isola – scriveva Alberto La Marmora nel suo “Viaggio in Sardegna” – somiglia assai a quello conosciuto in Italia col nome di pane di pasta dura; ma in parecchie contrade dell’interno ha una forma speciale: è una focaccia tonda e piatta». Intendeva riferirsi così alla «spianata» di Ozieri e al «carasau» della Barbagia e di fatto riduceva a due, massimo tre queste varietà: preso come era dai suoi interessi di archeologo, storico e geologo, finiva per trascurare non solo i pani cerimoniali, ma anche gli altri di uso quotidiano nelle varie contrade dell’isola.

È passato qualche decennio ed è dovuto arrivare un altro forestiero amico della Sardegna perché iniziasse lo studio sistematico della materia. Il riferimento è ad Alberto Mario Cirese che, venuto a insegnare Antropologia nell'Università di Cagliari, spinse in quella direzione i suoi allievi, e se ne ebbero diversi studi, una prima raccolta di esemplari e, nel 1973, il saggio a più voci, ricco di illustrazioni, «Plastica effimera in Sardegna». Nel frattempo molta della panificazione domestica e tradizionale era stata abbandonata, la preferenza dei giovani andava verso i «panini» che uscivano dai forni industriali. Ma c’era però anche chi continuava gli studi e il recupero, convinto che si trattasse anche di salvaguardare un’importante eredità del passato.

Si deve fare ancora molto, in questa direzione, ma intanto il volume edito da Carlo Delfino che la Nuova Sardegna offre ora ai lettori dà un eccellente contributo alla conoscenza della materia.

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