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Poetica danza dell’aldilà Una grande Emma Dante

di Roberta Sanna
Poetica danza dell’aldilà Una grande Emma Dante

CAGLIARI. Le storie di famiglia si fanno e si raccontano insieme, tra vivi e morti. Gli uni convocano gli altri, e viceversa, per tessere la trama di gruppo, il canovaccio che si tramanda, nello...

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CAGLIARI. Le storie di famiglia si fanno e si raccontano insieme, tra vivi e morti. Gli uni convocano gli altri, e viceversa, per tessere la trama di gruppo, il canovaccio che si tramanda, nello spettacolo di Emma Dante “Le sorelle Macaluso”, che prima di arrivare al Massimo (sino a ieri, nella stagione di Sardegna Teatro) è diventato un cult e ha vinto un doppio Premio Ubu, miglior spettacolo e regia, nel 2014.

Lo spazio è vuoto cinto di nero, tra buio e tagli di luce, in un fluire continuo tra l’aldilà e il contesto presente, un funerale, abitato da un brulicare di figure in nero che attraversano ritmicamente la scena. Processioni e croci, combattimenti con scudi e spade da pupi siciliani, lo sfilare di vestiti da sotto l’altro, diventano il cerimoniale propiziatorio all’accompagnamento alla soglia ultima, alla consegna di un altro morto ai trapassati che l’accoglieranno, l’accumulatore di energie per la riformulazione della storia familiare – con i suoi punti fermi e dolorosi che fanno da perno al racconto – rito necessario a chi va e a chi resta. Si preparano, schierate in proscenio, dietro gli scudi/lapidi, le sette sorelle Macaluso. Ognuna ha il suo posto, il suo ruolo nel gioco familiare, in cui si distribuiscono sensi di colpa e assoluzioni, insulti e feroci attacchi, dita puntate in faccia e abbracci. Sale la corrente energetica mentre si inscenano i momenti salienti, sgorgano come un atto dovuto che recupera sofferenza e catarsi.

Eccole già in costume le sorelle, per la prima tragica gita al mare, la corriera e il melone lasciato sul marciapiede, l’entusiasmo infantile, le risate e le apnee fatali, le conseguenze dolorose, la rabbia e il rancore covati per anni. Quasi fosse il combustibile necessario per richiamare in scena il morto, il padre che s’arrabatta in mille lavori per una famiglia che si puzza di fame, a dire la sua di rabbia, il fallimento atroce, caduto secco per strada con ventimila lire in tasca, ultima ingiusta paga da stura-cessi. Si animano intorno al padre la sorella morta bambina e l’altra, colpevole, mandata in istituto in un’altra regione, costretta alla solitudine e al dialetto pugliese in mezzo al palermitano degli altri familiari.

Varcata la soglia si anima la danza con l’aldilà, fatta di risate e pianti, grida e silenzi, canzoni e piroette che rievocano il linguaggio familiare, le sette sorelle – che pian piano si impara a conoscere nei loro caratteri – riannodano i fili del racconto, il padre riabbraccia in un vorticare poetico e disperato l’amata moglie, che incita le figlie ad una passionale vitalità, un ragazzo si allena col pallone fino all’ultimo respiro, nella disperazione di sua madre e le accuse delle sorelle.

Ferocia e tenerezza, umorismo e disperazione trascolorano nell’affresco di Emma Dante e arrivano con la forza del qui ed ora, mai epico ma brulicante e viscerale, come la Palermo che ricollega questo spettacolo ad altri capolavori storici della regista.

Cercano di tenersi ancora schierate, le Macaluso, si controllano, si incitano. Soltanto una non riesce più, come richiamata indietro, la maggiore, quella che prepara il caffè per tutte ogni mattina, e quando serve lancia la scarpa a terra come faceva il padre, quella che ha rimandato il sogno del tutù, ed ora, al limitare della soglia e del buio, può finalmente danzare.

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