La Nuova Sardegna

Un uomo del Pci nelle file del terrorismo

Un uomo del Pci nelle file del terrorismo

Tra fiction e realtà un’operazione ancora avvolta nel mistero

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Pubblichiamo le prime pagine del nuovo romanzo di Vindice Lecis “L’infiltrato”, appena pubblicato da Fazi Editore.

* * *

Estate 1978, casello autostradale di Settebagni, Roma.

L'uomo appoggiato all’Alfasud, ferma sotto tettoie arroventate, aspirò una boccata profonda prima di lasciar cadere la sigaretta sull’asfalto. Da mezz’ora aspettava qualcuno. I mozziconi intorno ai suoi piedi lo confermavano. Mentre dall’autostrada giungevano zaffate infuocate, l’uomo si tolse la giacca e la gettò sul sedile. Guardò l’orologio. Finalmente un’Alfetta attraversò la barriera di Roma Nord. Lampeggiò mentre si avvicinava. Il finestrino posteriore incorniciava un volto conosciuto.

«Senatore, entri in macchina, scusi il ritardo ma arrivo da Milano»

«Generale, non si preoccupi. L’unico problema è che avevo finito le sigarette»

L’autista parcheggiò sotto la tettoia e andò a sgranchirsi le gambe altrove.

«È curioso incontrarci ai caselli per scambiarci informazioni», disse l'uomo dell’Alfetta, «ma è più sicuro, di questi tempi». Aveva meno di sessant’anni, baffetti ben curati. Larghi occhiali coprivano occhi stanchi, appesantiti da borse violacee.

«Comincio io?»

«Va bene», replicò asciutto l'altro. Si chiamava Ugo Pecchioli.

«Saprà che tra pochi giorni sarò a capo della nuova struttura antiterrorismo»

«Se ne parla da tempo, ma, conoscendo i democristiani, sapevamo che questa nomina gliel'avrebbero fatta sudare».

«Comunque il decreto mi nominerà coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo. Questa la dizione esatta. Ora dovrò riempirla di uomini, fatti, azioni».

«Congratulazioni, generale. Spero che lei sia messo in condizione di utilizzare a dovere questo potere».

«Mi conosce. Ho alcune idee…».

«Sono curioso… Passerà subito all’azione, immagino».

«Se vogliamo essere efficaci, bisogna sfidare le Brigate Rosse sul loro stesso terreno. Vivere la loro stessa vita. Farò entrare in clandestinità alcuni dei miei uomini: utilizzeremo nomi falsi, utenze telefoniche e appartamenti intestati a prestanome. Pedinamenti, intercettazioni, infiltrazioni. Specialmente infiltrazioni. Sceglierò di persona i miei collaboratori».

«Mi auguro che non le mettano i bastoni tra le ruote. C’è bisogno di azioni decise, visto il marasma delle nostre strutture di intelligence, a volte inquinate e in lotta tra loro».

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa aggrottò la fronte. Un pensiero gli attraversò la mente. Rispose con un sorriso, allargando le braccia.

«Per questo ho bisogno della vostra collaborazione, dell’aiuto del Partito comunista. A patto che lei mi risparmi la tiritera che siete i più fedeli alla Repubblica. Lo so già da almeno trent’anni».

«Noi siamo inattaccabili, se è per questo», rispose Pecchioli.

Aveva poco più di cinquant’anni, un’aria decisa, il volto affilato e imperturbabile. Occhi glaciali. Rari i sorrisi. Portava i capelli lisci pettinati ordinatamente all'indietro. Era il responsabile della sezione Problemi dello Stato del Pci. Il segretario comunista Enrico Berlinguer si fidava pienamente di lui.

«Aspetto pertanto la vostra risposta su quella questione. Voi avete esperienza, dedizione, capacità di mantenere fermezza senza troppe tattiche. Possedete ancora il retaggio della clandestinità. E siete occhiuti quanto una caserma dei carabinieri di un piccolo paese».

«Non esageri, la nostra vigilanza democratica non può essere scambiata per una propensione all’impegno poliziesco. Però siamo in guardia. Comunque, ho parlato con il segretario generale del partito per quella… cosa».

«E… dunque?».

«Ho avuto il via libera». Sul volto del generale Dalla Chiesa si disegnò un'espressione di sollievo e gratitudine.

«Me ne occuperò personalmente», proseguì Pecchioli scandendo le parole.

«Nel frattempo abbiamo già individuato il nostro compagno. Vorrei tuttavia che lei non scordasse di essere il garante della sua vita. Nel partito siamo solo in tre a sapere dell’operazione, uno di questi è appunto il segretario generale».

«Non si fida di noi?».

«Purtroppo tra voi ci sono zone d'ombra che mi impongono prudenza, e sa bene che non c'è da fare affidamento sulla fedeltà democratica di alcuni ambienti dei servizi segreti. Quante cose ci ha insegnato la vicenda Moro e quante cose oscure stanno ancora accadendo».

Il generale lo fermò con un gesto della mano. «Senatore, soltanto un mio strettissimo ufficiale sarà a conoscenza di questa operazione. Parlerò personalmente con il vostro iscritto e lo addestrerò».

«A una condizione, però».

«Sentiamo», rispose il generale incrociando le braccia sul petto.

«Che il compagno sia esentato dal partecipare ad azioni armate».

«Dipende da lui».

«No! Voglio che gli si dica chiaramente che non dovrà partecipare a omicidi e gambizzazioni o altro. E voglio che su di lui si stenda l'oblio e la protezione quando avremo estirpato la mala pianta del terrorismo brigatista».

«Ha la mia parola». I due, piemontesi rigorosi, si intendevano.

«Bene. Il nostro compagno s’incontrerà con lei, in mia presenza, tra qualche giorno. Attualmente è in contatto con ambienti vicini a formazioni armate. Non avrà difficoltà a infiltrarsi. Già collabora comunicando azioni e attività di carattere eversivo. Così preveniamo aggressioni e attacchi alle sezioni».

«Sono ammirato dalla vostra organizzazione».

«L'elenco dei nostri nemici è lungo: i fascisti, i brigatisti, e spesso anche voi», rispose Pecchioli, cercando invano nella tasca della giacca chiara una residua sigaretta.

«Allora hanno ragione quelli che dicono che siete ancora pronti alla rivoluzione», scherzò il generale.

«Non ci ha stroncato il fascismo né cancellato la Dc di Scelba, figuriamoci se ci facciamo spaventare da eversori, bombaroli e brigatisti. Bisognerebbe ricordarlo agli americani…».

«Pensiamo al nostro lavoro. Saremo collegati ma in totale e reciproca autonomia. Si tratta di una questione non esente da rischi gravi. Sto immaginando anche un nome per l’operazione».

«Non lo voglio sapere, conoscendo la vostra dubbia fantasia».

«La chiameremo… operazione Olocausto».

«Brutto nome!».

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