La Nuova Sardegna

25 aprile: una trama di racconti per tenere vivi i valori dell’antifascismo

di Costantino Cossu
25 aprile: una trama di racconti per tenere vivi i valori dell’antifascismo

“La guerra di Martina”, il nuovo libro di Paola Soriga: una bambina e la lotta partigiana nell’Oltrepò pavese

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di Costantino Cossu

«So che c’è una festa, non so di chi». «Sicuramente è un giorno in cui non si va a scuola… aiutami … è qualcosa che ha a che fare con l’Olocausto?». «Da quel momento l’Italia è diventata una base della Nato: è l’inizio del mondo moderno e pure del consumismo». «È la festa del lavoro, vero? Oppure era il primo maggio? Comunque festeggiamo, andiamo a fare un barbecue». Sono alcune delle risposte che i ragazzi delle scuole italiane, da Torino a Palermo, hanno dato ai cronisti del Fatto Quotidiano (ieri in edicola) che li interrogavano sulla ricorrenza del 25 aprile. È questo, dunque, quant’è rimasto, tra gli adolescenti, della lotta di resistenza contro il nazifascismo? Generalizzare è sempre sbagliato, ma certo le risposte raccolte dal giornale diretto da Marco Travaglio sono la spia che qualcosa non funziona nella trasmissione della memoria degli eventi storici che stanno a fondamento della Repubblica.

Lia Levi, autrice di libri per ragazzi che hanno toccato il tema della Resistenza (“Cecilia va alla guerra”, “Io ci sarò”, entrambi pubblicati da Piemme) ha detto ieri, in un’intervista a Rai Radiotre, che «la verità ha sempre bisogno dell’immaginazione». E che «se i più giovani poco o niente sanno della lotta partigiana è perché in Italia di quella lotta è mancato il racconto». Ci sono Fenoglio (“Il partigiano Johnny” e “Una questione privata”) e Calvino (“Il sentiero dei nidi di ragno”), ma poco altro.

Tra gli ultimi tentativi di colmare questa lacuna c’è, benvenuto, “La guerra di Martina”, il volume per ragazzi di Paola Soriga che Laterza ha appena mandato nelle librerie (61 pagine, 14 euro, illustrazioni di Lorenzo Terranera). Storia ambientata durante la Resistenza nell’Appenino pavese (Pavia è la città dove ora vive Paola Soriga, sarda di Uta) . Protagonista è Martina, una bambina che, insieme con l’amico Simone e con il fedelissimo cane Paco, ha una missione delicata e rischiosa da compiere: ritrovare una preziosa cassa lanciata in volo dagli aerei alleati ai partigiani che combattono nell’Oltrepò.

Non c’è nel libro alcuna traccia di retorica. Autrice di un romanzo, “Dove finisce Roma” (Einaudi), che racconta i giorni precedenti la liberazione della capitale dall’occupazione nazista, Paola Soriga si conferma capace di trattare la materia storica con la distanza necessaria. Durante la Resistenza uomini e donne, adulti e ragazzi fecero la scelta di impugnare le armi contro altri esseri umani sulla base della loro coscienza. Di fronte al male, all’ingiustizia, alla prevaricazione e alla barbarie della tirannide, da compiere c’è, sempre, una scelta innanzitutto etica. Una scelta individuale. Una scelta in un certo senso pre-politica, che non ha bisogno di alcuna fanfara retorica.

Ecco, forse può essere il racconto di queste storie – storie di persone con nome e cognome, come il partigiano di Fenoglio ma anche come la Martina di Paola Soriga – che può rompere il muro dell’indifferenza oggi così alto tra i giovani. Certo non servono allo scopo le celebrazioni ufficiali, gli altari della patria, gli squilli di tromba delle brigate Sassari e i discorsetti, sempre gli stessi, preparati in fretta da sindaci di tutti i colori. I casi ungherese e polacco, la forza elettorale del Fronte nazionale di Marie Le Pen, il recentissimo voto per le presidenziali in Austria con la vittoria di Hoffer, dimostrano che i conti con la destra fascista e xenofoba in Europa sono tutt’altro che chiusi. Serve il racconto, come dice, Lia Levi, ma servono anche chiarezza e coerenza politica.

Serve il racconto, come quello di Paola Soriga, e magari anche l’impegno a diffonderlo oltre i canali della distribuzione editoriale: nelle scuole, principalmente, dove gli insegnanti, dalle elementari sino ai licei, possono fare moltissimo. Ma serve anche l’onestà politica e intellettuale per dire che la Resistenza non è stata e non è di tutti. La Resistenza aveva una visione della società che si è incarnata nella Costituzione. E il segno politico di quella visione non era neutro (buono per tutti). Il progetto dei resistenti promuoveva l’ingresso nelle istituzioni delle grandi masse popolari, delle quale difendeva interessi e diritti, a cominciare dal primo dei diritti, quello citato, non a caso, nell’articolo che apre la carta costituzionale: il lavoro.

A Predappio, in Romagna, dove oggi c’è un sindaco Pd, nel 2019 dovrebbe aprire un Museo del fascismo, comunale, con un costo di 5 milioni, di cui 4,5 sarebbero fondi pubblici. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri Luca Lotti appoggia il progetto e promette sostegno finanziario. A Ghilarza, in Sardegna, il Museo Casa Gramsci potrebbe diventare, dopo il passaggio alla Camera della legge presentata dalla deputata Pd Caterina Pes, monumento nazionale. Per essere più esatti, è la casa in cui Gramsci, a partire dal 1898, visse gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, che potrebbe diventare monumento nazionale. Da una parte, quindi, si appoggia il progetto di ristrutturazione della sede del Fascio a Predappio e dall’altra si promuove e si sostiene nelle aule parlamentari la trasformazione del Museo Casa Gramsci in luogo della memoria di rilievo nazionale. Insieme, Mussolini e una delle sue vittime, Gramsci (che neppure lui, come la Resistenza, è di tutti).

Così strano, allora, che i ragazzi festeggino il 25 aprile andando a fare un barbecue?

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