La Nuova Sardegna

Il nuovo stile del leader, tra Leopolda e cravatte verdi, analizzato da Donatella Campus

di Giacomo Mameli
Il nuovo stile del leader, tra Leopolda e cravatte verdi, analizzato da Donatella Campus

Adesso che le ideologie (si dice) sono morte, il voto dato al leader - da Matteo Renzi il rottamatore all'omonimo in felpa Salvini, da Beppe Grillo a Giorgia Meloni, arrivando ad...

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SASSARI. Adesso che le ideologie (si dice) sono morte, il voto dato al leader - da Matteo Renzi il rottamatore all'omonimo in felpa Salvini, da Beppe Grillo a Giorgia Meloni, arrivando ad Angela Merkel o Barack Obama - può diventare "il sostituto dell'antico voto di appartenenza"? Il leader, al Cremlino con Vladimir Putin o sul Bosforo con Recep Tayyip Erdogan, è o no «in grado di generare connessione emotiva e suscitare la proiezione di aspirazioni» che - in illo tempore - erano il sale della passione politica? Domande che si pone Donatella Campus in un libro di assoluta attualità, “Lo stile del leader”, pagine 222, euro 21, edizioni Il Mulino. Docente all'università di Bologna, insegna Scienza e Comunicazione politica, ed è stata autrice nel 2000 di “L'elettore pigro” e “L'antipolitica al governo” nel 2006.

L’appartenenza. Che cosa sostiene in questo volume che ha per sottotitolo “Decidere e comunicare nelle democrazie contemporanee”? Dice che «sicuramente è vero che la leadership può sprigionare le energie» descritte perché è “appartenenza” - senza citare questi esempi - tanto frequentare la Leopolda quanto esibire cravatte verdi sotto una statua di Alberto da Giussano. Però «questi legami possono essere sì intensi, ma non necessariamente duraturi" perché "il consenso costruito dal leader sulla propria persona è associato a contesti più fluidi e mutevoli». Sembrerebbe una sorta di avviso ai naviganti-elettori perché sappiano che gli attuali leader non hanno la tenuta di quelli di ieri. E non è detto che fra un anno - giusto per stare fra Alpi e Mediterraneo - sulla scena compaiano gli stessi protagonisti di oggi. Donatella Campus lo dice col linguaggio rigoroso della sociologia politica e propone uno scenario tutt'altro che fantasioso. I pericoli prossimi venturi? «Se il leader non ha la capacità di trasformare la comunità di fan in un gruppo di persone che con lui condividono valori e idee, il sostegno - benché entusiastico nelle fase iniziale - non è destinato a consolidarsi». E ancora una sorta di massima perché, stando le cose come la cronaca insegna, "la leadership contemporanea" potrebbe apparire «in realtà molto più vulnerabile di quel che non appaia» perché «quanto più prevarrà la spettacolarizzazione e la popolarizzazione della leadership tanto più questa debolezza intrinseca sarà destinata ad aumentare».

Non è un libro sulla politica italiana, anzi. Donatella Campus fa la radiografia a tutti i principali leader contemporanei soprattutto occidentali, ne analizza gli stili, perché - con una ricchissima bibliografia proposta - molto diversi sono stati Charles De Gaulle con la grandeur e il pop glamour di Nicolas Sarkozy, nessun paragone è possibile fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, fra Bill Clinton e Ronald Reagan, idem per Margareth Thatcher, Angela Merkel, Tony Blair o Francois Hollande. Alla necessità di offrire un leader “mediatico” agli elettori non è sfuggito nemmeno un movimento innovativo della sinistra radicale come lo spagnolo Podemos con Pablo Iglesias. Primattori, sembra di capire, da clessidra, a tempo breve e determinato. La leadership di Alexis Tsipras è la stessa di due anni fa? E come queste leadership si sono modificate e si stanno modificando con la rivoluzione dei mezzi di comunicazione?

Riferimenti. È uno degli aspetti più coinvolgenti di questo libro. C'è un riferimento a Marine Le Pen che cerca di «attirare simpatia e ridurre le distanze con i cittadini» al fine di «correggere un'immagine che è qualche modo deficitaria o problematica». Avviene in Italia e altrove (stiamo vedendo le smargiassate di Donald Trump per le elezioni americane?). La Campus sostiene che «alcuni leader hanno un'immagine troppo aggressiva e quindi si richiede uno sforzo per addolcirla. Altri invece hanno un'immagine troppo fredda o cerebrale e devono essere appunto umanizzati». La Le Pen, per esempio, «ha bisogno di contrastare la demonizzazione messa in atto più che contro di lei come persona contro il lepenismo come linea politica e dinastia familiare». I rimedi? I mezzi di comunicazione «cercando di valorizzare la sua vita di donna normale come mostra il sito web pieno di foto in cui è ritratta in situazioni familiari e informali». Così la Le Pen «diventa a tutti gli effetti una protagonista della pipolisation della politica francese comparendo sulle riviste popolari e spesso in quelle di gossip». E non ha seguito la stessa terapia l'algido Mario Monti che aveva affidato alla moglie Elsa la strategia comunicativa «con un'intervista a Chi principale rivista di gossip italiana facendosi ritrarre con sposa e nipotini nel salotto di casa»

Le strategie. Politica, strategie, ruolo della comunicazione. Pensiamo, in Italia, alla presenza ossessiva di diversi leader nei talk show. Potrebbero fare diversamente? Tornare ai comizi? I Cinquestelle perché sono passati dal rifiuto sprezzante alla invasione invadente nelle tv? Senza mass media la politica muore. Non è. «Oggi non vi è leader - sottolinea Campus - che non abbia l'esigenza di comunicare in modo efficace. Ciò vale per gli ideologici come per i pragmatici. Tuttavia poiché il leader ideologico è disposto a smussare eventuali divergenze e insiste nel voler portare avanti i progetti così come li ha concepiti, sente ancor più la necessità di consolidare la propria posizione attraverso il consenso popolare il che rende la comunicazione un'arena centrale all'esercizio della sua leadership».

Il tema affrontato in queste colonne ha bisogno di tutte le pagine del libro della Campus: quanto conta lo stile del leader, la pazienza nel tessere o l'arroganza nel disfare? Di vera leadership ce n'è troppa o troppo poca? Se e quando c'è, è troppo accentrata? Conclusioni con le parole della studiosa bolognese: «Un leader perennemente sul palcoscenico a poco a poco risulta meno affascinante e meno convincente. A maggior ragione se certi leader non riescono a soddisfare le tante aspettative di coloro che in loro avevano risposto fiducia».

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