La Nuova Sardegna

“L’Attentàt”, le contraddizioni di un medico a Tel Aviv

di Silvia Lutzoni
“L’Attentàt”, le contraddizioni di un medico a Tel Aviv

A dodici anni dall’uscita Sellerio ripropone il best seller di Yasmina Khadra Una vicenda che vira verso il thriller ma si perde in registri lessicali incongrui

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SASSARI. A dodici anni dalla prima traduzione uscita per Mondadori, Sellerio ristampa oggi uno tra i romanzi più fortunati di Yasmina Khadra, «L'attentato» (256 pagg., 14 euro). Il libro viene riproposto nella stessa traduzione di Marco Bellini, ma con un titolo oggi più aderente all'originale, “L'Attentàt”, mentre l'editore milanese lo aveva reso con un più ammiccante «L'attentatrice».

A sollecitare questa modifica è stato proprio lo scrittore algerino, il quale aveva scorto in quella scelta dettata da una probabile strategia di marketing, la possibilità di un pericoloso fraintendimento, per un libro il cui punto di forza è nel rifiuto d'una definizione perentoria di vittime e carnefici. Protagonista è Amin Jaafari, stimato chirurgo palestinese naturalizzato israeliano convinto che «Ogni ebreo di Palestina è un po' arabo e nessun arabo d'Israele può pretendere di non essere un po' ebreo». A Tel Aviv l'uomo ha costruito faticosamente la propria carriera, acquisito consuetudini, amicizie e privilegi impensabili nei Territori dove ha lasciato la sua famiglia d'origine, sprofondata nella miseria e inerme davanti ai proclami delle milizie fondamentaliste. Un senso di oscura apocalisse investe però Amin quando scopre che sua moglie Sihem si è fatta esplodere in un ristorante della città uccidendo diciannove persone. L'uomo, costretto a riconoscerne il corpo, orrendamente e inequivocabilmente mutilato da una cintura esplosiva, prende atto dell'illusorietà di quella felicità simbiotica di cui profusamente riferisce in apertura (la vicenda è narrata in prima persona), e comincia a indagare. Amin è a questo punto un superstite: ma un superstite niente affatto arrendevole il cui scopo non è tanto quello di smascherare i colpevoli dell'indottrinamento cui la donna è stata sottoposta, ma piuttosto quello di inquadrare quell'atto in una prospettiva più ampia, là dove palestinesi e israeliani sono al contempo colpevoli e innocenti. Mentre la situazione si inasprisce, a il romanzo sembra assumere per certi aspetti il passo del thriller, la modalità narrativa più congeniale a Yasmina Khadra, con una prosa che si fa scattante e nervosa.

Peccato però che questa inciampi nel ricorso insistente a registri lessicali incongrui che talvolta tendono al cliché, come quando ci dice che «l'inferno è una casa di riposo rispetto a quello che succede qui», e ancora «l'unica lotta nella quale credo (...) è quella del chirurgo che sono, far rinascere la vita lì dove la morte ha scelto di agire»; per non dire delle numerose derive enfatiche, come quando scrive: «divisa fra un orgasmo da odalisca e un ritegno da santa, Gerusalemme ha sete di ebbrezza e spasimanti».

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