«Italia e Usa, due nazioni che saranno sempre amiche»
Oggi all’università di Sassari un incontro con gli studenti sulle prossime elezioni «Il nostro sistema di voto è complicato ma serve a proteggere gli stati più piccoli»
di Roberto Sanna
SASSARI
«La Sardegna è una regione dinamica e con grande potenziale, nella quale il turismo è una delle più grandi industrie e capisco anche perché... Io incoraggio le istituzioni e le compagnie private a investire sempre di più nella tecnologia e nell’innovazione e stiamo valutando la nostra collaborazione con la Regione in un contesto che abbraccia anche il Mediterraneo». L’ambasciatore degli Usa in Italia John Phillips illustra così i motivi della sua prima visita istituzionale in Sardegna, che lo vedrà questa mattina a Sassari incontrare nell’aula magna dell’università un gruppo di studenti per parlare delle elezioni presidenziali statunitensi. Un viaggio istituzionale che «fa parte dei miei compiti in qualità di ambasciatore degli Usa: incrementare il dialogo e la collaborazione tra i popoli e incentivare gli investimenti e gli scambi economici».
L’incontro con gli studenti dell’università di Sassari riguarda il tema le elezioni negli Usa, un avvenimento che interessa tutto il mondo: sentite la responsabilità di questo passaggio?
«È un momento importante nella nostra democrazia ed è molto sentito emotivamente. Ci sono due cose da ricordare a proposito. La prima è che il processo elettorale all’inizio, nelle primarie, si gioca con molta enfasi tra i candidati, che cercano di segnare punti a loro favore rispetto agli altri e di coinvolgere i loro “tifosi”. Ma le vere elezioni si giocano al centro del campo, dove sono la maggior parte dei voti e dove si trovano gli elettori indecisi e quelli indipendenti. I candidati alle elezioni generali e i partiti costruiscono la loro piattaforma basandosi su ciò che secondo loro la maggioranza degli elettori vuole. Per questo dovremo aspettare la fine dell’estate o addirittura l’autunno per vedere le loro carte. La seconda è che chiunque siederà alla Casa Bianca, farà il massimo per curare gli interessi e la sicurezza degli Usa. E questa è una notizia importante per l’Italia, un paese col quale abbiamo una solida e storica amicizia basata anche sulla collaborazione reciproca per la sicurezza. Gli americani amano l’Italia in tutti i suoi aspetti: la storia, l’arte, la moda, il cibo, le auto».
Quale eredità lascia Barack Obama dopo otto anni?
«Ci sono due aspetti da considerare. Il primo è il consolidamento della posizione degli Usa nel mondo, con un grande lavoro nell’Europa centrale e in Asia. Ha anche avuto un ruolo importante nella trattativa con l’Iran per la questione nucleare e l’apertura del dialogo diplomatico con Cuba. Ha svolto un grande lavoro nella lotta al terrorismo ed è stato la guida di tutte le nazioni nello storico accordo di Parigi per la salvaguardia dell’ambiente. C’è poi l’aspetto interno. A cominciare dal supporto alla “middle class” ancora sotto pressione dalla Grande depressione e per il quale ha studiato un piano a lungo termine. Ha salvato l’industria automobilistica, ha promosso la più importante riforma della sanità degli ultimi cinquant’anni, ha reso più accessibile l’ingresso all’università. La sua eredità resterà sicuramente nel tempo».
Il vostro sistema elettorale risulta spesso incomprensibile agli europei: avete mai pensato di modificarlo?
«È effettivamente complicato. Le elezioni generali hanno delle regole base: si tengono il primo martedì di novembre e possono votare tutti i cittadini con i pieni diritti. Ma sono i singoli stati a determinare le modalità, come per esempio il numero delle urne e gli orari. Le primarie sono ancora più complicate, perché sono regolate dai partiti e dalle leggi dei singoli stati. Quindi c’è il sistema collegiale elettorale, che è stato concepito per fare in modo che i piccoli stati non siano irrilevanti per l’esito finale. Il Collegio elettorale riflette la composizione del Congresso, per questo nessuno stato ha meno di tre voti. La California ne ha 55 e ha il 12 per cento della popolazione, il Wyoming comunque ne ha 3. I piccoli stati contano e i candidati non possono ignorarli: si spiega così il fatto che per tre volte, nel 1876, nel 1888 e nel 2000 ha vinto il candidato che ha preso meno voti dell’avversario».
Dopo la vittoria di Obama qual è l’importanza di Internet in una strategia mirata a coinvolgere una fetta sempre maggiore dell’elettorato?
«Ha un ruolo sempre maggiore. Prima del 2008 veniva usato principalmente con le email, Obama nel 2008 è stato il primo a sfruttare i social media per agganciare l’elettorato. Ora tutta la campagna si svolge sui social media e Trump ha utilizzato Twitter per raggiungere i suoi supporter e farsi pubblicità sui media».
La presenza di Hillary Clinton può far aumentare il peso dell’elettorato femminile?
«Le donne hanno già un peso significativo, negli Usa vanno al voto più donne che uomini. Ma non è un voto di genere, resta legato ad altri fattori quali l’appartenenza al partito o i punti di vista sulle singole questioni. Nelle primarie del 2008 Hillary Clinton ha conquistato oltre la metà del voto femminile contro Obama, che però ha poi facilmente battuto MacCain e Romney conquistando il 56% dei voti delle donne. Storicamente le donne preferiscono il candidato democratico e se è vero che Hillary Clinton non gode di un supporto incondizionato, il gradimento di Donald Trump da parte delle donne è molto basso. Indubbiamente il voto delle donne nelle prossime elezioni può essere un fattore determinante».
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