La Nuova Sardegna

memorabile la sua “Turandot”

Un minuto di silenzio ieri sera al Lirico

di Gabriele Balloi
Un minuto di silenzio ieri sera al Lirico

CAGLIARI. Un lunghissimo applauso e un minuto di silenzio ha accolto le commosse parole di Mauro Meli che ieri è salito sul palco del Lirico stracolmo– prima delle “Nozze di Figaro”– per ricordare...

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CAGLIARI. Un lunghissimo applauso e un minuto di silenzio ha accolto le commosse parole di Mauro Meli che ieri è salito sul palco del Lirico stracolmo– prima delle “Nozze di Figaro”– per ricordare «la bellissima collaborazione e la grande lezione di vita di Pinuccio Sciola». Quando Pinuccio incontrò Puccini. Era il 2014, appena due anni fa e già all'epoca sembrò quasi destino dovessero in qualche modo "incrociarsi", per il fatto che il nome dell’uno fosse pressoché anagramma del cognome dell'altro. Il Lirico, difatti, affidò alla creatività di Sciola le scenografie per “Turandot”, inedito allestimento con la regia di Pier Francesco Maestrini. Vale la pena ricordare l'evento che fu: il successo di critica e pubblico; i sold out registrati; la risonanza mediatica; la lectio magistralis di Philippe Daverio, a Cagliari per presentare l’opera, durante cui affettuosamente lo definì un pitagorico dei giorni nostri; l'utilizzo dei Google Glass, per la prima volta al mondo. Ma, soprattutto, l'evocativa bellezza in sé di quelle scenografie, in cui si ricreavano con immani proporzioni le ineguagliabili sculture sonore dell’artista sansperatino. Le sue pietre divennero l'impianto scenico per il canto di Turandot: geniale per i giochi di incastri, i simbolismi geometrico-figurativi, per la polisemia soggiacente e il carattere insieme arcaico e moderno della rappresentazione. Uno sfondo “idealmente” sonoro per l'ultimo incompiuto melodramma di Puccini. «Qui finisce l'opera, rimasta incompiuta per la morte del Maestro». Disse Toscanini rivolgendosi alla platea, novant'anni fa esatti alla prima scaligera di «Turandot». E il Lirico scelse di proporla guarda caso nella versione originale, non terminata. A Sciola piacque molto proprio quel mi bemolle finale dell’ottavino, nella scena in cui muore Liù. Sembra ieri che ci fece sentire al telefono, entusiasta, la somiglianza di quella nota acuta con il suono di una sua scultura.

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