La Nuova Sardegna

Fresu: «Quelle sue pietre a Time in Jazz»

di Costantino Cossu

Il ricordo del musicista: «Insieme con Pierre Favre costruì quegli straordinari strumenti in una falegnameria»

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SASSARI. Raggiungiamo Paolo Fresu per telefono a Bucarest, dove ieri sera ha tenuto un concerto insieme con il chitarrista Ralph Towner. «Di Pinuccio Sciola – dice il trombettista di Berchidda – ho tanti ricordi. Nel 1996, in una rassegna all’interno di Time in Jazz dedicata alle percussioni, Pierre Favre, eccellente percussionista svizzero, suonò per la prima volta le pietre di Sciola. Insieme, Pinuccio e Favre, prima del concerto avevano lavorato per settimane a scolpire i pezzi, gli strumenti, che sarebbero stati portati sul palco. Un lavoro fatto in una falegnameria non lontano da Berchidda. Favre era molto incuriosito dal progetto. Era una sfida. Il musicista non suonava uno strumento che trovava pronto e che conosceva: partecipava alla produzione di uno strumento che non aveva mai sperimentato prima».

Un sfida vinta, alla fine: «Mi ricordo – racconta Fresu – quando il camion che trasportava le pietre arrivò in paese. La curiosità di tutti. E noi che, presi dall’entusiamo, non avevano all’inizio valutato quanto fossero pesanti quei blocchi, di colpo preoccupati che il palco non reggesse. Ma poi andò tutto bene. Fu un concerto straordinario».

Sciola, in realtà, ripeteva a ogni occasione che le sue pietre non andavano “suonate”. Bisognava tirare fuori dal basalto e dal calcare un suono che era lì da sempre, dai primordi del Cosmo. A questo serviva il lavoro dello scultore e poi quello del musicista. Nel suo profilo Facebook, Fresu pubblica per intero un’ intervista che fece a Sciola (uscita nel febbraio del 2011 su Musica Jazz) in cui lo scultore di San Sperate spiega bene questa sua convinzione: «I suoni non sono i miei, ma vivono dentro la pietra e io interagisco con la materia naturale entrando nelle sue profondità grazie alla tecnologia affinché questi suoni ne possano emergere e uscire».

Di Sciola Paolo Fresu ricorda anche la grande capacità di creare rapporti: «Era una di quelle persone, molto rare, capaci di mettere insieme gli altri. Aveva una visione del suo mestiere che non si esauriva nel puro atto creativo. La creazione artistica era un progetto che comprendeva sempre un aspetto relazionale. Un tratto,questo, che mi sembra avvicini molto Sciola a un altro grande nome sardo dell’arte contemporanea: Maria Lai».

E anche su questo punto l’intervista pubblicata su Musica Jazz chiarisce bene il pensiero di Sciola: «Credo che il compito dell'artista – dice lo scultore rispondendo a Paolo Fresu – debba essere anche quello di sensibilizzare il mondo sui problemi importanti della nostra società e della nostra terra. Io lo faccio da molto tempo».

In effetti, guardando ora l’intera sua produzione, Sciola può essere inscritto in una sorta di “linea sarda” che all’artista di San Sperate arriva da Costantino Nivola attraverso Maria Lai. Artisti accomunati da una visione dell’arte che lega l’attenzione per ciò che sfugge alla storia (l’archetipo, il mito) a una fortissima connotazione relazionale del lavoro dell’artista. Provare a dire l’ineffabile per creare nuova socialità.

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