«Io sono vento e libertà» La lezione del Maestro
Il messaggio dell’artista letto dalla figlia in apertura della cerimonia
INVIATO A SAN SPERATE. Tanta, tantissima gente. Più di 8mila persone. Amici, compaesani, artisti, musicisti e gente di teatro, arrivati da tutta Europa per dare l’ultimo saluto a Pinuccio Sciola, sono stati accolti nel paese museo ricoperto di drappi bianchi in segno di lutto. La piazza Santa Lucia, dov’è allestito l’altare, si riempie di una folla composta e commossa, sotto un cielo terso e il vento che muove le chiome degli alberi.
La bara arriva nella piazza gremita accompagnata dalle note del sax di Gavino Murgia. Uno dei grandi amici dello scultore con cui ha realizzato diversi progetti musicali. «L’ho conosciuto da bambino – racconta Gavino –. I tavoloni che servirono per l’impalcatura del grande murale in via Roma a Nuoro, con l’enorme figura dell’uomo col piccone, vennero prestati dalla falegnameria di mio padre».
La cerimonia comincia con il messaggio agli artisti di Paolo VI al termine del concilio del 1965. L’arcivescovo Arrigo Miglio ricorda che «il mondo ha bisogno della bellezza per non sprofondare. L’arte è un frutto prezioso che unisce le generazioni, grazie alle mani degli artisti. Grazie alle tue mani Pinuccio». E il ricordo di uno spirito disinteressato ai beni materiali, tutto concentrato nella ricerca dell’espressione più profonda e spirituale dell’uomo: l’arte.
Nonostante la grande folla la cerimonia è avvolta da un profondo e commosso silenzio, che viene non interrotto, ma quasi amplificato dai canti sacri. Nella prima fila i sindaci del territorio, il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, il presidente della Regione Francesco Pigliaru. Sono – in questa piazza più che mai – i rappresentanti di tutta la Sardegna, di tutti i sardi, che omaggiano un artista che ha dedicato la sua vita a trovare la bellezza della sua terra, a cantarne gli aspetti più veri e profondi. «Vengo da un’isola di pietra, e sono fatto di pietra», come diceva sempre. Il nonno di San Sperate tziu Giulio, 103 anni, ha anche lui un posto tra le autorità, quasi a rappresentare la saggezza antica di questa terra di agricoltori, fertile e felice, che si stringe intorno al suo figlio più celebre.
I paramenti rossi della Pentecoste si stagliano sullo sfondo della piazza, è il giorno di cui parla il Vangelo perché – si ricorda dall’altare – quando lo spirito creatore svela la voce di ogni cosa lo fa attraverso un vento divino. La bara dell’uomo che ha svelato la voce delle pietre è al centro, posata per terra, sulla sua terra. Appoggiato come un fiore l’archetto del violino che usava sulle sue sculture, mentre il vento potente scuote ancora gli alberi.
È il momento del ricordo: «Ha avuto il regalo più grande per lui. Andarsene circondato dai suoi figli. “Sono tutti intorno a me”, sono state le sue ultime parole», ricorda il sacerdote. Tomaso, con la sua fidanzata, bancario a Sassari, Chiara, avvocato a Roma, la giovane Maria, legatissima al padre e “custode” del Giardino delle pietre, la loro madre Susanna. Stretti l’uno all’altro e commossi ascoltano. Le launeddas antiche e struggenti di Luigi Lai accompagnano il rito verso la conclusione. Le parole del sindaco Collu parlano del concittadino e dell’amico: «Era difficile stare dietro alla sua mente creativa che non voleva capire le pastoie della burocrazia, la mancanza di fondi. Lo vedo ancora li davanti, aveva un solo vizio gli piacevano le scarpe di lusso». Un ritratto umano che strappa il sorriso, perché ognuno avrebbe un piccolo aneddoto da raccontare. Poi Pigliaru: «L’ho conosciuto solo nell’ultimo periodo. Gli porto il saluto di tutta la Sardegna». Un lunghissimo applauso suggella le parole della figlia Maria. «Quando morirò non cercatemi sotto terra, io sarò vento e libertà. Ciao babbo». Gavino Murgia è il primo ad alzarsi in piedi per applaudirle seguito dalle migliaia di persone che gremiscono la piazza.
Il rito si chiude con il canto del “Graduale” eseguito dal coro del teatro Lirico di Cagliari diretto dal maestro Muru. Il lungo corteo si sposta verso il cimitero, dove Pinuccio riposerà accanto all’amico il fotografo Pablo Volta. Poi si aprono le porte del Giardino, e composti venti alla volta, semplici cittadini, intellettuali, artisti entrano per portare nel cuore l’ultimo ricordo di un uomo grande.
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