La Nuova Sardegna

UN’intervista DEL 2014 ALLO SCULTORE

«Vi spiego la mia Turandot, una donna dei nostri tempi»

di Walter Porcedda

«Molti anni fa, sai chi stava seduto là? A tavola, al posto tuo? Svoboda. Sì il grande scenografo Josef Svoboda». Sarà pure un segno no? Pinuccio Sciola rievoca l’episodio. A cena, l’altra sera a...

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«Molti anni fa, sai chi stava seduto là? A tavola, al posto tuo? Svoboda. Sì il grande scenografo Josef Svoboda». Sarà pure un segno no? Pinuccio Sciola rievoca l’episodio. A cena, l’altra sera a casa sua, c’è il light designer inglese Simon Corder che ha il compito di modellare con le luci le pietre con cui lo scultore di San Sperate ha costruito una fortissima e visionaria ambientazione della pucciniana “Turandot” che, con la regia di Pier Francesco Maestrini e la bacchetta del maestro Giampaolo Bisanti al debutterà al Comunale per la Stagione del Lirico. L’incontro tra i due artisti è di quelli che lasciano il segno. Fatto di continui confronti e piccole scoperte quotidiane come quella di Svoboda che per Corder è il suo maestro. Svoboda scultore di luce che ha influenzato gli sviluppi del teatro multimediale. Per Sciola fu invece Brancusi, padre della scultura contemporanea. «Raccontai a Simon di quando Svoboda venne a trovarmi: lo portai nel mio giardino e accesi dei fuochi attorno alle mie sculture. La sera c’era un po’ di vento che muoveva le fiamme: Svoboda rimase incantato da quell’ondeggiare del fuoco che sembrava far danzare le pietre».

La scommessa è cioè quella di unire la scultura con la scenografia. Brancusi con Svoboda.

«Per me è un fatto assolutamente spontaneo e naturale. Sin dal momento in cui mi è stato chiesto di lavorare all’opera mi è venuto in mente di attualizzarla, portandola alla nostra contemporaneità. Ho pensato alla Pechino dei nostri giorni, all’architettura dei suoi palazzi che sfidano il cielo. Una megalopoli come è New York o Tokyo. Poi c’è la storia di Turandot. Per me non è una favola ma un vero dramma e va riportata al livello del nostro tempo. Sembra una vicenda di mafia. Ho immaginato che alla morte di Liù si potesse far entrare in scena un’automobile a tutta velocità con gente che spara con il mitra... Ovvio, qui non si può fare, ma è giusto per spiegare il concetto. Ogni opera andrebbe riportata al tempo di chi va a vederla. Non ci si può limitare alla ripetizione di schemi e modelli visti da centocinquanta anni. Perché stare ancora a leggere i melodrammi in quel modo? La musica di Puccini naturalmente non si tocca. Anzi è ancora attualissima. Proprio Philippe Daverio l’altro giorno raccontava dell’attualità di quella musica mettendola in relazione con il mio lavoro. Questo è l’aspetto più interessante della creatività. Reinventare continuamente. Si possono ancora vedere quegli abiti larghi dei cinesi, oppure uccidere Liù con una spada? Qualsiasi opera che non venga riletta con le lenti dell'attualità significa che è fuori tempo».

Ecco quindi la “Turandot” secondo Sciola. Un dramma moderno e di sangue in una Pechino contemporanea.

«Con questo tipo di sguardo e di provocazioni a mio avviso si può rivoluzionare la scenografia. Questa non deve più restare nel riquadro del palco ma deve uscire fuori dal suo alveo spettacolare andando ad abbracciare il pubblico. Sin dal suo ingresso».

Da sempre appassionato di jazz ha incontrato la lirica per rimanerci?

«Ieri ho avuto la sensazione di trovarmi in mezzo all'Aida! Ecco mi piacerebbe lavorarci. Vedo già una piramide tra la gente... E' divertente pensare a quello che puoi costruire se sai che attorno a te c'è gente in grado di farlo, come avviene in questo teatro Lirico, uno dei pochissimi in Italia ad avere tali capacità. Questi laboratori sono in grado di lavorare alla grande e vendere scenografie in tutta Europa».

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